Rorai piccolo

 

Villa Correr Dolfin

La Villa sorge al limite ovest dell’abitato di Rorai Piccolo ed ha l’entrata, rivolta a sud, su un rettifilo, via Correr, che porta dopo circa un chilometro al centro di Porcia. Si tratta di una villa veneta da ascrivere ai nobili Correr, patrizi veneti, passata poi alla famiglia Dolfin in seguito al matrimonio contratto nel 1848 da Caterina Correr con il conte Carlo Dolfin. L’antica famiglia dei Correr annoverata al patriziato veneto fin dal 1292, conta tra i suoi antenati il papa Gregorio XII, scismatico, un cardinale e due patriarchi. Due nobildonne Correr, spose in illustri casati furono madri di due papi. La famiglia Dolfin faceva parte della nobiltà veneta ancora prima dell’anno mille. Essa diede alla Serenissima il doge Giovanni Dolfin (1356-1361) e molti alti funzionari civili, militari ed ecclesiastici, contando tra questi ultimi ben sei cardinali. Da ricordare Daniele Dolfin, ultimo cardinale patriarca di Aquileia che diede fama al Tiepolo chiamandolo, ancor giovane, ad affrescare il palazzo arcivescovile ed altri edifici sacri di Udine.

La nascita di Villa Correr Dolfin è testimoniata da un aneddoto udito e tramandato da anziani purliliesi. Un nobile Correr residente in una modesta abitazione a Rorai Piccolo, si recò un pomeriggio a far visita al Principe di Porcia, nel suo castello. Poi, al momento del commiato, il principe ebbe a dirgli “Ah, ti ritiri nella tua casetta?” Queste parole urtarono la suscettibilità del Correr, supponendo che fossero state pronunciate con senso di scherno, perciò decise di iniziare la grandiosa costruzione della villa.
L’aneddoto serve anche per datare l’edificio, in quanto i Porcia acquisirono il titolo principesco dall’imperatore Leopoldo 1° nel 1662. La costruzione quindi fu iniziata qualche tempo dopo questa data, quindi tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700.

La villa è circondata da un vasto parco che ha un’estensione di circa sei ettari. Il giardino è abbellito da piante di vario genere: pioppi, platani, cipressi, magnolie, rubee criptomerie, alte conifere. Ad ovest sgorgano delle polle sorgive che alimentano due ameni laghetti. Tra i vari uccelli che nidificano in loco ricordiamo anche gli aironi cenerini e vari passeriformi.
Il giardino è adornato anche da numerose statue: quattro si trovano sulla balaustra dell’ingresso d’onore, sei nell’esedra antistante e due a nord-est nel giardino. Sono scolpite in pietra chiara con buone fisionomie, nudi ben proporzionati e sciolti panneggi. Purtroppo le intemperie le hanno un po’ troppo levigate e gli scempi perpetrati dalle truppe d’occupazione hanno provocato alcune mutilazioni. Si riconoscono un guerriero con lo scudo dei Correr, Bacco e Cerere, Diana, Venere, Giove, Ercole ed altre deità pagane. Provengono probabilmente da qualche bottega vicentina.

Per accedere alla villa si entra dal cancello d’onore, sostenuto da due colonne quadrate a grosse bugne, rese importanti da sovrapposte sfere e coppe baccellate. Si accede all’ingresso con una scalea ornata da balaustra a colonnine rotonde, sopra cui stanno quattro statue. Il solenne portale è centinato con la lunetta chiusa da una bella grata in ferro battuto, concluso da architrave aggettante. Il piano terra è sopraelevato dal piano del giardino di circa un metro e mezzo e le sei finestre rettangolari danno luce due al salone e due ad ognuna delle stanze laterali. Il piano superiore ha sei finestre come il piano terra, ma con arco a tutto sesto ed architrave sovrapposto. Al centro una gran porta da sul poggiolo, che, con colonnine a base quadrata, riunisce a mo’ di trifora i tre fori centrali. Una cornice a solidi modiglioni corona l’edificio ed è sovrastata da un attico di linea semplice portante una serie di piccole finestre rettangolari. Quest’ultima parte, come si vede dall’interno, è di costruzione più tarda, alzata forse per rendere praticabile il sottotetto, ed ha accentuato la forma cubica dell’edificio. Dal lato nord la facciata è uguale architettonicamente al prospetto sud ora descritto, mancando solamente le statue sulla balaustra d’ingresso. I lati est ed ovest, pur conservando la stessa impostazione delle finestre, sono meno importanti. Al centro due finestre binate danno luce alle scale e agli ambienti di servizio. Dai due ingressi principali si accede direttamente al grande salone dal quale, a mezzo di quattro porte situate agli angoli, si entra nelle quattro sale del piano terra. A metà della parete occidentale del salone si trova l’imponente scalone d’onore con grande porta centinata e mascherone nella chiave dell’arco. Saliti al piano superiore si nota la stessa disposizione delle stanze del piano terra. Il portale di arrivo dello scalone, che ha la lunetta chiusa da una grata lignea a grandi fogliami, è binato ad altro gemello che dà in un corridoio di servizio. I loro archi terminali sono conclusi da due mascheroni raffiguranti due teste di persone anziane, una femminile e l’altra maschile. Tutti i soffitti sono alla sansovina, sobriamente dipinti quelli del salone a piano terra. In più sale troneggiano grandi camini in marmo rosato. Tutti gli ambienti sono ornati da grandi affreschi, solo in poche parti caduti, che ricoprono tutte le pareti. Trattasi del lavoro di un artista che indulge al più fastoso barocco e che, tormentato da uno spiccatissimo “horror vacui” ha riempito tutte le superfici, dal soffitto al pavimento di grandi festoni decorativi, solenni colonnati in prospettiva, giardini, rovine ed ariosi paesaggi.

Una stanza a piano terra è decorata con strumenti musicali ed in un’altra, al piano superiore, sono effigiati a mezzo busto due Santi. Il tutto si avvicina alla decorazione di qualche sala del palazzo Ricchieri (sede del Museo d’Arte) a Pordenone. L’insieme della tavolozza, sebbene ora abbassata nei toni dalla polvere e dalle muffe, è ancora squillante e lascia intravedere la ridondante festosità che doveva dare un tempo alle sale. Sappiamo dai disegni conservati al Museo Correr che Antonio Gaspari lavorò per i Correr nel 1706 e confrontando certi suoi lavori quali i palazzi Giustinian e Zenobio di Venezia, si può proporre il nome di questo architetto confortati in questa attribuzione dall’autorevole parere della prof. Elena Bassi. La villa purtroppo manca all’interno di ogni servizio perché sembra non sia mai stata abitata stabilmente. I pavimenti sono molto insellati anche a causa dei depositi di cereali effettuati in passato quando non erano in uso i silos per il loro contenimento ed essiccazione. I serramenti interni praticamente non esistono. Quelli esterni sono stati rifatti alla buona dal Genio Militare, dopo che quelli originari erano stati bruciati dalla truppe Austro-Ungariche nel 1918.


Per quanto riguarda i due fabbricati adiacenti, vediamo che quello ad ovest consta di un’ala lunga e bassa con due portoni in pietra bugnata. Quello ad est si presenta come una classica barchessa, con un colonnato dorico elegante nella sua linda semplicità. Termina a nord con l’abitazione del fattore, formato da un fabbricato a due piani, con portoncino e mascherone nella chiave dell’arco ed una bifora al piano soprastante. Lo stesso motivo architettonico è ripetuto dal lato opposto della costruzione. La barchessa termina a sud con il prospetto della cappella gentilizia affiancato da un notevole portone bugnato. La facciata della chiesa, nobile di linee, ha la porta ad arco schiacciato e spezzato ed inserito in altro arco cieco affiancato da due paraste terminanti in capitelli ionici ed è conclusa da timpano adorno di modiglioncini. Sulla parete a levante tre finestre a mezzaluna, munite di vetri legati a piombo, danno luce all’aula ed un campaniletto a vela sostiene le due campane. Nell’interno fa spicco un altare settecentesco con paliotto ed alta predella a marmi policromi, sovrastato da due belle statue lignee di San Antonio, San Marco e San Lorenzo verniciate di scuro. Per le loro dolci movenze e l’elegante panneggio possono essere assegnate al Brustolon. Un bel crocifisso ligneo è appeso alla parete dietro l’altare. Nella parete sopra la porta si scorge lo stemma dei conti Dolfin, dipinto con la decorazione della chiesa eseguita verso la metà di questo secolo. Nella villa invece si nota in più parti lo scudo dei nobili Correr, ovunque rispettato dai successivi proprietari. Questa la descrizione dei due stemmi:
· Nobili Correr: spaccato d’argento e d’azzurro, alla losanghe dell’uno nell’altro;
· Conti Dolfin: d’azzurro a tre delfini d’oro nuotanti in fascia uno sull’altro.
Sul tetto della barchessa si notano i caratteristici camini a forma di campana rovesciata.


La villa può essere annoverata tra le più importanti del Friuli e additata agli amatori delle cose belle per quel gusto settecentesco, tanto lodato nel mondo intero, tipico dell’arte veneta.

Bibliografia: Antonio Forniz,  Notiziario Comune di Porcia:
· settembre 1974  · febbraio 1975  · giugno 1978

Chiesetta di S. Agnese – Loc. Roraipiccolo

In località Rorai Piccolo, in posizione decentrata rispetto all’insediamento urbano, sorge la chiesetta di S.Agnese.
La costruzione dell’antica cappella campestre pare risalire al XIII secolo, forse su un sito di epoca romana, come testimoniano i reperti ritrovati nella zona, alcuni dei quali esposti all’interno dell’edificio sacro. Della costruzione più antica rimangono la facciata, la parete settentrionale, l’arco trionfale e l’abside. Recentissimi restauri l’hanno riportata all’antica struttura con la ricostruzione dietro pianta originaria di un porticato prospiciente la facciata.
La chiesetta si presenta a navata rettangolare con tetto a capanna e capriate a vista; presbiterio a base trapezoidale con volta a botte; porta principale rettangolare senza inquadratura con architrave in legno; campanile a torre incorporato alla facciata, quattro monofore a tutto sesto detto a padiglione.

Al suo interno si trovano affreschi databili a partire dal secolo XIII fino al secolo XVI. Notevole la raffigurazione dell’Eterno Padre in gloria con la Madonna e il Bambino in trono tra le sante Agnese e Caterina d’Alessandria che viene attribuita a Pomponio Amalteo (1509).
Altro affresco del sec. XVI rappresenta la Madonna con Bambino fra i santi Rocco e Sebastiano e la figura di un devoto (1529). Durante i lavori di restauro dell’altare maggiore eseguiti nel 1950, fu scoperta una croce “Enkolpion” in bronzo dorato di fattura bizantina e riferibile alla fine del sec. XII. La croce a due valve era custodita all’interno della mensa dell’altare e racchiudeva alcuni lembi di stoffa, veniva appesa al collo e usata come reliquiario. Attualmente si può ammirarne la copia nella bacheca all’interno della chiesa.