Duomo Arcipretale San Giorgio Martire

Le Origini del Duomo risalirebbero all’anno 1000, se non prima. Infatti ne viene fatta menzione per la prima volta nel testamento di Guecello II di Prata nell’anno 1014, allorché si parla della cappella del Castello di Brugnera, cui la chiesa di Porcia è contemporanea, se non addirittura più antica, e la dedica a San Giorgio potrebbe risalire ad epoca longobarda.
Pare non esservi dubbio che il sito in cui è nata sia il medesimo dell’attuale Duomo, anche se poco o nulla si sa delle dimensioni originarie, né sul livello del terreno.
Nel 1430 la comunità aveva già l’indipendenza di Parrocchia dalla Pieve. In quell’anno infatti, e precisamente il 5 agosto, il Vescovo di Concordia, Enrico di Strassoldo, in una corrispondenza epistolare col vicario di Porcia, lo chiama “Vicario parrocchiale”, segno evidente che la comunità era già stata costituita in Parrocchia. L’edificio precedente fu o demolito o conglobato nella nuova costruzione, che, essendo il luogo angusto e limitato, non fu più “orientata” con l’abside ad Est, ma bensì a Sud. Mons. Ernesto Degani, noto storico della Diocesi, data tale ricostruzione intorno al 1560. Verosimilmente si trattò di un restauro ed allungamento, piuttosto che di una vera ricostruzione: infatti negli affreschi della cappella di destra, attuale sacrestia, ci sono dei graffiti con date precedenti, una delle quali è 1514. Se ne deduce che, essendo il campanile incominciato con certezza nel 1488, la Chiesa esisteva già prima di tale data, visto che di solito si costruiva prima la chiesa e poi il campanile.
Dopo circa tre secoli, presentandosi troppo ristretto il luogo del culto ed in cattive condizioni statiche e di mantenimento, venne radicalmente ristrutturata tra gli anni 1847 e 1866.
L’attuale edificio sorge nel posto della vecchia e originaria chiesa, ed è posto a mezzogiorno del Castello.

Interni
L’interno è di forma basilicale a tre navate, ha pianta a croce latina ed è di “stile gotico veneziano”, cioè poco sviluppato in altezza. Le pareti sono intonacate a marmorino lucidato a caldo. Il soffitto è ornato da finti cordoni eseguiti dalla ditta Giovanni Sala di Treviso nel 1866.
Dimensioni:
lunghezza: dall’abside alla facciata m. 41
larghezza del transetto m. 30,90
larghezza dell’aula, divisa in tre navate m. 16,20
altezza dal pavimento al colmo del tetto m. 14
Il pavimento, opera della ditta De Mori, è in pietra rossa di Cugnana e grigia della Secca di Belluno, ma sono state utilizzate anche pietre del pavimento preesistente.
Opere all’interno:
· Croce in legno del sec. XVIII (anonimo), usata da secoli per l’apertura delle processioni;
· Pala di S. Lucia (1518), capolavoro giovanile di Francesco da Milano con tavolozza vivace e brillante. Rappresenta S. Lucia al centro ed ai lati S. Apollonia e S. Antonio, sopra l’Annunciazione. Nella predella è raffigurato un bel paesaggio medioevale. Il mobile è in legno dorato, con rilievi a pastiglia, ed è eseguito a tempera su tavola.
· Rosone istoriato (1995), rappresenta la visita del Papa Giovanni Paolo II al mondo del lavoro di Porcia il 1°/05/1992;
· Altare della Madonna (1847), realizzato da Luigi De Paoli, scultore di Cordenons, in marmo bianco di Carrara; sulla parete di sinistra si trova un bassorilievo neoclassico del Miglioretti (1850) e su quella di destra un sarcofago con colonne di stile ionico, monumento funebre dei conti di Porcia (1533);
· Vetrate (1995): nel rosone è rappresentata l’Assunzione di Maria; nell’occhio piccolo Mosè davanti al roveto ardente; nella finestra gotica la speranza cristiana, sopra la resurrezione della vedova di Naim e sotto san Giacomo che prega per gli ammalati e il Vescovo che amministra il Sacramento dell’unzione agli infermi;
· Statua lignea di San Giovanni Battista (1994), opera di Giuseppe Scalambrin, scultore di Fossalta di Portogruaro;
· Cappella di destra (secolo XVI); il mobile (1673) proviene forse dalla distrutta sacrestia della cappella del palazzo dei principi di Porcia; lo stile accenna al rococò tedesco. Alle pareti affreschi dello scultore GioBattista da Vicenza, raffiguranti l’annunciazione e scene di devozione con i santi Stefano, Lucia e Caterina d’Alessandria;
· Altare maggiore neogotico (1911), su disegno di Giuseppe Del Piccolo di Venezia, e marmista Francesco Zugolo da Udine. Le figure in mosaico, raffiguranti i santi Pietro e Paolo, sono opera del veneziano Eugenio De Marchi;
· Coro ligneo (secolo XVI), stupendo lavoro intarsiato e scolpito. Opera di probabile provenienza toscana, è considerato fra i più belli e notevoli della Regione. Nei tondi sono rappresentati i 12 Apostoli, 6 per lato, con al centro Cristo e la Vergine Maria. Le decorazioni delle vesti e delle statue sono tipiche delle sculture lignee del ‘400 fiorentino;
· Dipinti nel presbiterio (1674); sono stati eseguiti da Isacco Fischer il Vecchio di Augsburg, come sportelli dell’antico Organo: a destra la scena dell’Annunciazione, a sinistra San Giorgio che uccide il drago e la conversione di San Paolo, sullo sfondo le montagne pordenonesi e il paesaggio antico di Porcia;
· Statua lignea di S. Girolamo (1944), opera di Giuseppe Scalambrin, scultore di Fossalta di Portogruaro;
· Cappella di sinistra ex Santissimo (sec. XVII) di autore anonimo, è stata sede del Tesoro del Duomo; la croce della consacrazione sembra quattrocentesca;
· Pala San Giorgio (1622), rappresenta una Madonna con il Bambino in gloria ed in basso san Giorgio fra i santi Carlo Borromeo, Pietro, Paolo e Chiara. E’ firmata “Jacobus Palma F(ecit)”. I colori sono di scuola veneziana;
· Vetrate (1996, 1997): nel rosone è rappresentata la Sacra Famiglia di Nazareth, visitata dai pastori; nell’occhio inferiore sono rappresentati i segnati col Tau; nella finestra gotica il tema della carità; sopra il Buon Samaritano, sotto San Martino;
· Pala di San Cristoforo (1865); proviene dalla omonima chiesa già situata a nord delle mura medioevali di Porcia;
· Rosone istoriato (1998); rappresenta la discesa dello spirito santo sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste;
· Battistero (1650); opera degli scultori Fratelli Girlanduzzi di Ceneda; sopra la coppa marmorea è posta la copertura in legno scolpito, policromato e dorato. La cupola con statuetta lignea del Battista è stata trafugata
· Busto Marmoreo (sec. XVIII): Opera di anonimo, rappresenta il cardinale Leandro di Porcia, dotto monaco benedettino che ricoprì alti incarichi religiosi
· Rosone istoriato (1996), rappresenta il Giudizio universale; le vetrate sono state eseguite dalla ditta Albano Poli di Verona su disegno del pittore pordenonese Giancarlo Magri, che ha preparato i cartoni nel 1994


 

Il Campanile

Il campanile, snello e imponente, con un’altezza di m. 44, ha un basamento realizzato in pietra che risale al 1488; sfoggia uno stile romanico, mentre la porta ed il cornicione sono di stile rinascimentale.
Innalzato in tutto cotto, ha due canne concentriche, tra le quali corre un camminamento largo mt. 0,85, per il quale, su 46 rampe alla pendenza del 12% si raggiunge la sommità senza alcun gradino. Il camminamento prende luce da 42 aperture a balestriera. 
In estate, durante i festeggiamenti agostani, si svolge una caratteristica “corsa dei mus”, durante la quale gli animali devono raggiungere la cella campanaria, in cima al campanile. Ciò è possibile proprio grazie alla rampa.
La costruzione del campanile fu interrotta verso il 1555. Con il materiale preparato per il suo completamento fu costruita la Loggia del Municipio in piazza, come risulta da antichi verbali. Il mancato completamento fece nascere la leggenda che lo voleva incompiuto per ordine della Repubblica di Venezia, timorosa e gelosa che potesse diventare più bello di quello di San Marco.
Nel sotterraneo c’è un pozzo profondo mt. 8, dal quale si può attingere acqua. Si dice che da questo locale partisse un passaggio segreto, una via di fuga, che, passando sotto il castello, arrivava fino alla Torre dell’Orologio.
Unica costruzione in Friuli con queste caratteristiche, ha come prototipo proprio il campanile di San Marco di Venezia. Fortemente lesionato dal terremoto del 1976, è stato ristrutturato negli anni ’80. Nel 1997 fu rifatto anche il cestello al quale sono appese le cinque campane, di cui tre risalenti al 1931.

L’Organo del Duomo di San Giorgio

La prima notizia certa risale al 1622; si ignorano, però le caratteristiche tecniche e la sua collocazione.
Nel 1848 viene smontato e catalogato: si contarono 451 canne, un complesso quindi che lo rendeva simile a quello ben più famoso di Valvasone. 
Successivamente, negli anni ‘30 del secolo scorso, si decide per un nuovo organo: la costruzione viene affidata nel 1936 da parte di mons. Umberto Cadelli alla Casa Organaria Domenico Malvestio e figlio di Padova.
Il nuovo strumento viene montato il 22/09/1937 e collaudato il 17 ottobre dello stesso anno. E’ dotato di 1608 canne divise tra il Grand’Organo e l’Espressivo e di 20 registri. Ha consolle a due manuali.
Trascurato per alcuni decenni e lasciato quindi in condizioni precarie, è stato completamente restaurato nel 2000 dalla Ditta Zanin di Codroipo.
Attualmente, in particolari ricorrenze, vengono eseguiti concerti a cura di Associazioni cittadine.


Il Castello

Sin dal periodo del Medio-Evo e nei secoli successivi il paesaggio italiano fu caratterizzato dal sorgere di una miriade di castelli, opere che costituirono, in conseguenza delle condizioni socio-politiche del tempo, struttura militare fortificata di difesa ed in egual misura residenza del signore.
Una realtà che, pur con differenti forme ed obiettivi, mantenne a lungo intatta la sua organizzazione fino all’avvento dell’epoca moderna che ne modificò radicalmente l’assetto. La cosiddetta rivoluzione industriale poi comportò modificazioni profonde al paesaggio sicchè strade, ponti, agglomerati, alterarono significativamente l’ambiente ed, a volte, produssero seri danni e modificazioni alla struttura castellana. A questo si aggiunsero nel tempo le devastazioni prodotte da guerre, terremoti ed incendi.
Il castello di Porcia non si sottrasse a questi eventi, ma fortunatamente li superò ed ancor oggi è la residenza sin dall’origine oltre che la proprietà, dei nobili di Porcia e Brugnera.
La struttura del complesso castellano non era originariamente quella che appare oggi: una nobile residenza di stile rinascimentale. Allora, siamo intorno al XII secolo, l’insediamento primitivo era costituito da una possente torre o mastio posizionata su una altura e circondata da un ambiente naturale ricco di corsi d’acqua.
Nel 1567 il conte Gerolamo di Porcia e Brugnera, Vescovo di Adria, nella sua descrizione della Patria del Friuli dice della torre “essere antica più di 1600 anni…”. Attualmente non ci sono elementi certi per avvalorare questa affermazione anche se rinvenimenti archeologici nella zona delle frazioni di Palse e Pieve datano la presenza dell’uomo ben prima del 1178, anno in cui il “Castro Porzcile” viene indicato in un atto notarile.
In ragione delle necessità e degli eventi politici del tempo essa rappresentava, in comune con le opere militari dell’epoca, una struttura di difesa e di controllo del territorio oltre ad essere, come già detto, residenza del signore.
Con il trascorrere degli anni altri fabbricati ed interventi diversi inglobarono il mastio sino a fargli perdere le caratteristiche originarie e trasformando il complesso del castello nelle forme attualmente presenti.
Riprendendo quanto scrive in una relazione storico-culturale l’architetto Alfio Conte, nostro concittadino, si possono trarre, dall’analisi della pianta del castello, delle ipotesi sulle fasi di ampliamento: “…una prima all’angolo sud-est del mastio, coincidente con il perimetro a murature più spesse; la seconda a sud ed una terza coincidente con il palazzo Novo del Vescovo, …costruito su un edificio preesistente. Gli ultimi rifacimenti, come la sostituzione dello scalone d’accesso e gli ampliamenti come l’ala sud-ovest verso il rio Bujon, sono stati realizzati attorno agli anni ’20 del secolo scorso. In una tela di Isacco Fischer del 1674, in S. Giorgio, la torre del castello viene raffigurata in tutta la sua altezza originaria. Oggi sappiamo che a quella data la torre era stata già abbassata per coordinarsi volumetricamente all’appena costruito Palazzo Novo (1610). Tale discordanza può farsi risalire alla volontà del committente la tela, di vedere tramandata l’originaria imponenza della torre.
Voluto, come già detto, dal Vescovo di Adria, il Palazzo Novo fu realizzato dagli architetti veneziani Francesco e Tommaso Contini, proti all’arsenale di Venezia, scelti forse per la loro capacità di gestite una fabbrica di notevole dimensione. La costruzione pur affiancandosi a preesistenze medievali, risente nelle sue forme delle ormai sedimentate condizioni di stabilità politica e delle mutate concezioni estetiche. Pur appoggiandosi esso sul limite della cinta muraria, le motivazioni alla sua realizzazione non sono più difensive – come traspare dalla doppia presenza degli accessi a nord e dall’interramento a quella data del fossato che circondava il preesistente “palazzato” – bensì di rappresentazione di una casata che già da tempo aveva accumulato lustro e fama nella Repubblica veneziana”. L’edificio assume quindi le forme di un palazzo veneziano trasportato sulla terra ferma con la facciata rivolta verso la piazza, rivestita in pietra bugnata, che manifestava la presenza di due “equivalenti” piani nobili.

Il fabbricato si elevava a raggiungere l’attuale livello del mastio con cui si volle, riducendolo in altezza coordinarlo in copertura, ma dovette essere esso stesso abbassato di un piano a seguito dei danni subiti con il terremoto del 1873.
Tuttavia tali costruzioni non esauriscono, anche in antico, il complesso castellano che si sviluppa ancor oggi secondo uno schema a ”corte”. I fabbricati che circondano la corte, a destinazione più o meno nobile, risultano profondamente trasformati nel tempo a usi diversi, quando non demoliti e ricostruiti sullo stesso sedime.
Il castello fu visitato dall’imperatore Carlo V nel 1532, che vi dormì per una notte. Le notizie che abbiamo indicano come sua camera una sala posta in un fabbricato ad est (ora non più esistente). I fabbricati di cui questa camera era parte, erano all’interno abbondantemente decorati, abbelliti, sembra, da opere del Pordenone come dice il De’ Pellegrini; tuttavia parte di essi divennero depositi e parte di essi demoliti.
In questi stessi fabbricati venne ospitato nel 1574 un altro illustre personaggio dell’epoca: Enrico VIII.
“Nell’edificio delle attuali cantine si può forse supporre in antico la presenza di più nobili funzioni segnalate all’esterno dalla finitura cinquecentesca delle centine delle aperture”. Per dare una immagine di ciò che doveva essere il castello nei momenti di massimo splendore e potenza dei di Porcia, potremmo citare una memoria d’archivio del 1492 in cui il conte Giacomo parla “della rocca e delle case bellissime dei consorti a questa vicine; esalta la torre merlata e resistente da gareggiare con qualunque altra del Veneto, ricorda infine le mura che circondano il castello munito di altre otto piccole torri”.
Ora, guardando le riproduzioni di stampe, disegni e foto fatte nel tempo che accompagnano questa breve sintesi dei numerosi scritti sul castello dei nobili di Porcia e Brugnera possiamo, con l’aiuto della nostra fantasia creativa, immaginare il dispiegarsi della storia del castello fino ai nostri giorni.

Bibliografia: Alfio Conte. Porcia , l’architettura. - In Notiziario nr.3/87 Comune di Porcia.

Antonio De’ Pellegrini. Cenni storici sul Castello di Porcia  Ed, 1925- Castelli e fortificazioni, ed. TCI – MI - 1974 



Villa Correr Dolfin

La Villa sorge al limite ovest dell’abitato di Rorai Piccolo ed ha l’entrata, rivolta a sud, su un rettifilo, via Correr, che porta dopo circa un chilometro al centro di Porcia. Si tratta di una villa veneta da ascrivere ai nobili Correr, patrizi veneti, passata poi alla famiglia Dolfin in seguito al matrimonio contratto nel 1848 da Caterina Correr con il conte Carlo Dolfin. L’antica famiglia dei Correr annoverata al patriziato veneto fin dal 1292, conta tra i suoi antenati il papa Gregorio XII, scismatico, un cardinale e due patriarchi. Due nobildonne Correr, spose in illustri casati furono madri di due papi. La famiglia Dolfin faceva parte della nobiltà veneta ancora prima dell’anno mille. Essa diede alla Serenissima il doge Giovanni Dolfin (1356-1361) e molti alti funzionari civili, militari ed ecclesiastici, contando tra questi ultimi ben sei cardinali. Da ricordare Daniele Dolfin, ultimo cardinale patriarca di Aquileia che diede fama al Tiepolo chiamandolo, ancor giovane, ad affrescare il palazzo arcivescovile ed altri edifici sacri di Udine.

La nascita di Villa Correr Dolfin è testimoniata da un aneddoto udito e tramandato da anziani purliliesi. Un nobile Correr residente in una modesta abitazione a Rorai Piccolo, si recò un pomeriggio a far visita al Principe di Porcia, nel suo castello. Poi, al momento del commiato, il principe ebbe a dirgli “Ah, ti ritiri nella tua casetta?” Queste parole urtarono la suscettibilità del Correr, supponendo che fossero state pronunciate con senso di scherno, perciò decise di iniziare la grandiosa costruzione della villa.
L’aneddoto serve anche per datare l’edificio, in quanto i Porcia acquisirono il titolo principesco dall’imperatore Leopoldo 1° nel 1662. La costruzione quindi fu iniziata qualche tempo dopo questa data, quindi tra la fine del 1600 e l’inizio del 1700.
La villa è circondata da un vasto parco che ha un’estensione di circa sei ettari. Il giardino è abbellito da piante di vario genere: pioppi, platani, cipressi, magnolie, rubee criptomerie, alte conifere. Ad ovest sgorgano delle polle sorgive che alimentano due ameni laghetti. Tra i vari uccelli che nidificano in loco ricordiamo anche gli aironi cenerini e vari passeriformi.
Il giardino è adornato anche da numerose statue: quattro si trovano sulla balaustra dell’ingresso d’onore, sei nell’esedra antistante e due a nord-est nel giardino. Sono scolpite in pietra chiara con buone fisionomie, nudi ben proporzionati e sciolti panneggi. Purtroppo le intemperie le hanno un po’ troppo levigate e gli scempi perpetrati dalle truppe d’occupazione hanno provocato alcune mutilazioni. Si riconoscono un guerriero con lo scudo dei Correr, Bacco e Cerere, Diana, Venere, Giove, Ercole ed altre deità pagane. Provengono probabilmente da qualche bottega vicentina.

Per accedere alla villa si entra dal cancello d’onore, sostenuto da due colonne quadrate a grosse bugne, rese importanti da sovrapposte sfere e coppe baccellate. Si accede all’ingresso con una scalea ornata da balaustra a colonnine rotonde, sopra cui stanno quattro statue. Il solenne portale è centinato con la lunetta chiusa da una bella grata in ferro battuto, concluso da architrave aggettante. Il piano terra è sopraelevato dal piano del giardino di circa un metro e mezzo e le sei finestre rettangolari danno luce due al salone e due ad ognuna delle stanze laterali. Il piano superiore ha sei finestre come il piano terra, ma con arco a tutto sesto ed architrave sovrapposto. Al centro una gran porta da sul poggiolo, che, con colonnine a base quadrata, riunisce a mo’ di trifora i tre fori centrali. Una cornice a solidi modiglioni corona l’edificio ed è sovrastata da un attico di linea semplice portante una serie di piccole finestre rettangolari. Quest’ultima parte, come si vede dall’interno, è di costruzione più tarda, alzata forse per rendere praticabile il sottotetto, ed ha accentuato la forma cubica dell’edificio. Dal lato nord la facciata è uguale architettonicamente al prospetto sud ora descritto, mancando solamente le statue sulla balaustra d’ingresso. I lati est ed ovest, pur conservando la stessa impostazione delle finestre, sono meno importanti. Al centro due finestre binate danno luce alle scale e agli ambienti di servizio. Dai due ingressi principali si accede direttamente al grande salone dal quale, a mezzo di quattro porte situate agli angoli, si entra nelle quattro sale del piano terra. A metà della parete occidentale del salone si trova l’imponente scalone d’onore con grande porta centinata e mascherone nella chiave dell’arco. Saliti al piano superiore si nota la stessa disposizione delle stanze del piano terra. Il portale di arrivo dello scalone, che ha la lunetta chiusa da una grata lignea a grandi fogliami, è binato ad altro gemello che dà in un corridoio di servizio. I loro archi terminali sono conclusi da due mascheroni raffiguranti due teste di persone anziane, una femminile e l’altra maschile. Tutti i soffitti sono alla sansovina, sobriamente dipinti quelli del salone a piano terra. In più sale troneggiano grandi camini in marmo rosato. Tutti gli ambienti sono ornati da grandi affreschi, solo in poche parti caduti, che ricoprono tutte le pareti. Trattasi del lavoro di un artista che indulge al più fastoso barocco e che, tormentato da uno spiccatissimo “horror vacui” ha riempito tutte le superfici, dal soffitto al pavimento di grandi festoni decorativi, solenni colonnati in prospettiva, giardini, rovine ed ariosi paesaggi.

Una stanza a piano terra è decorata con strumenti musicali ed in un'altra, al piano superiore, sono effigiati a mezzo busto due Santi. Il tutto si avvicina alla decorazione di qualche sala del palazzo Ricchieri (sede del Museo d’Arte) a Pordenone. L’insieme della tavolozza, sebbene ora abbassata nei toni dalla polvere e dalle muffe, è ancora squillante e lascia intravedere la ridondante festosità che doveva dare un tempo alle sale. Sappiamo dai disegni conservati al Museo Correr che Antonio Gaspari lavorò per i Correr nel 1706 e confrontando certi suoi lavori quali i palazzi Giustinian e Zenobio di Venezia, si può proporre il nome di questo architetto confortati in questa attribuzione dall’autorevole parere della prof. Elena Bassi. La villa purtroppo manca all’interno di ogni servizio perché sembra non sia mai stata abitata stabilmente. I pavimenti sono molto insellati anche a causa dei depositi di cereali effettuati in passato quando non erano in uso i silos per il loro contenimento ed essiccazione. I serramenti interni praticamente non esistono. Quelli esterni sono stati rifatti alla buona dal Genio Militare, dopo che quelli originari erano stati bruciati dalla truppe Austro-Ungariche nel 1918.
Per quanto riguarda i due fabbricati adiacenti, vediamo che quello ad ovest consta di un’ala lunga e bassa con due portoni in pietra bugnata. Quello ad est si presenta come una classica barchessa, con un colonnato dorico elegante nella sua linda semplicità. Termina a nord con l’abitazione del fattore, formato da un fabbricato a due piani, con portoncino e mascherone nella chiave dell’arco ed una bifora al piano soprastante. Lo stesso motivo architettonico è ripetuto dal lato opposto della costruzione. La barchessa termina a sud con il prospetto della cappella gentilizia affiancato da un notevole portone bugnato. La facciata della chiesa, nobile di linee, ha la porta ad arco schiacciato e spezzato ed inserito in altro arco cieco affiancato da due paraste terminanti in capitelli ionici ed è conclusa da timpano adorno di modiglioncini. Sulla parete a levante tre finestre a mezzaluna, munite di vetri legati a piombo, danno luce all’aula ed un campaniletto a vela sostiene le due campane. Nell’interno fa spicco un altare settecentesco con paliotto ed alta predella a marmi policromi, sovrastato da due belle statue lignee di San Antonio, San Marco e San Lorenzo verniciate di scuro. Per le loro dolci movenze e l’elegante panneggio possono essere assegnate al Brustolon. Un bel crocifisso ligneo è appeso alla parete dietro l’altare. Nella parete sopra la porta si scorge lo stemma dei conti Dolfin, dipinto con la decorazione della chiesa eseguita verso la metà di questo secolo. Nella villa invece si nota in più parti lo scudo dei nobili Correr, ovunque rispettato dai successivi proprietari. Questa la descrizione dei due stemmi:
· Nobili Correr: spaccato d’argento e d’azzurro, alla losanghe dell’uno nell’altro;
· Conti Dolfin: d’azzurro a tre delfini d’oro nuotanti in fascia uno sull’altro.
Sul tetto della barchessa si notano i caratteristici camini a forma di campana rovesciata.
La villa può essere annoverata tra le più importanti del Friuli e additata agli amatori delle cose belle per quel gusto settecentesco, tanto lodato nel mondo intero, tipico dell’arte veneta.

Bibliografia: Antonio Forniz,  Notiziario Comune di Porcia:
· settembre 1974  · febbraio 1975  · giugno 1978


 
 
 
 

Torre dell’Orologio (o Torre di Sopra)

E’ una tipica torre portaia che serviva a difendere il paese. Oggi appare come una costruzione massiccia, di impianto medioevale, con al culmine delle merlature e con i due quadranti dell’orologio, uno rivolto all’interno ed uno all’esterno del borgo. In passato era dotata di un ponte levatoio per superare il fossato difensivo. La torre era più alta di come oggi la vediamo ed era costruita su tre lati, mentre il quarto, che dava verso l’interno del borgo, era aperto secondo una tipologia tipica delle torri portaie che lasciavano il lato verso il paese senza possibilità di difesa nel caso che gli assalitori occupassero la posizione. L’edificio, fortemente danneggiato dal terremoto del 1873, fu abbassato e furono ricostruite anche le merlature che ricordavano quelle precedenti.
Sulla torre era posta una campanella che serviva sia a scandire i ritmi civili che a segnalare l’eventuale avvistamento di nemici. Tale oggetto, datato 1474, fu asportata dall’esercito austro–ungarico durante la prima guerra mondiale e fu sostituto con un nuova campana alla fine delle ostilità. In una stanzetta all’ultimo piano esiste ancora il meccanismo dell’orologio originale.


Loggia del Municipio

La costruzione risale al XVI secolo, poggia su colonne che racchiudono la Loggia, per cui l’edificio è formato da uno spazio aperto al pianterreno e da un ampio salone al primo piano. Nel XIX secolo la loggia venne chiusa per ricavarne un vano, e a seguito di recenti restauri è stata riportata al suo stato originario. Saggi di scavo sulle fondamenta hanno messo in luce una pavimentazione antica in mattoni. Sotto lo Loggia un tempo si teneva giustizia, civile e criminale.
Oggi è sede dell’Associazione PROPORCIA






Palazzo Gherardini

Si tratta di un palazzo seicentesco, di proprietà del ramo principesco dei conti di Porcia, che lo possedettero fino agli ultimi anni del 1800. Dalla loro residenza di Spittal, essi rientravano a Porcia di tanto in tanto e lo abitavano per più mesi dell’anno. In seguito a passaggi di proprietà fu occupato dai Bagnoli di Bozzolo e poi dai marchesi Gherardini che lo cedettero infine ad un privato che vi allestì per parecchi anni un noto ristorante.
Durante la prima guerra mondiale fu adibito ad ospedale di guerra e fu completamente bruciato dalle truppe austriache in ritirata nella note del 31/10/1918. I marchesi Gherardini provvedettero alla ristrutturazione solo di alcune stanze sul lato sud e della facciata fino al primo piano. Originariamente aveva la struttura degli antichi palazzi veneziani, con una lunga scala centrale e quattro ambienti ai lati. Fanno ancora bella mostra degli antichi splendori i bugnati settecenteschi dei portali, le incorniciature in pietra d’Istria di tutti i fori-finestra e le balaustre con colonnine.


Palazzo del Feudo

Proprio di fronte alla chiesa di S. Maria, si trova il Palazzo del Feudo, costruzione che risale probabilmente alla metà del ‘500. Presenta una facciata magnificamente ornata con statue in stucco romano che rappresentano alcune deità pagane (Venere, Nettuno, Giove, Cerbero, Igea). Originariamente il solenne portale bugnato e stemmato, che da accesso ad un negozio, era posto su un portone a destra dell’attuale che dava accesso ad un giardinetto interno. Il muro che cingeva tale giardinetto è stato abbassato, ed il portone trasferito.


Chiesa di Santa Maria

Le prime notizie di questa Chiesa risalgono al 1369, anno in cui venne nominata in un contratto d’affitto. All’epoca Porcia era retta da due vicariati, uno di San Giorgio e l’altro appunto di S. Maria, detta anche “della Madonna”. A quest’ultima era affidata in quell’epoca, e probabilmente fino alla metà del 1700, la gestione di un piccolo ospedale o rifugio per i pellegrini, che sicuramente si può identificare con un edificio quasi addossato al fianco sinistro della chiesa e demolito nel 1970, dopo aver recuperato gli affreschi che lo adornavano. I due vicariati continuarono a funzionare separati fino al 1793, anno in cui furono riuniti in un'unica prebenda, che venne innalzata poi, nel 1804, al titolo arcipretale.
L’opera fu rimaneggiata in più occasioni: ricostruita in forme rinascimentali tra il 1555 ed il 1560, restaurata dopo il terremoto del 1873, che provocò la caduta sopra l’abside di una parte della cuspide del campanile, ed infine i più recenti restauri, conclusisi nel 1984 a seguito dei gravi danni del sisma del 1976, che hanno riportato alla luce i primitivi elementi architettonici e decorativi, mantenendo, però le due cappelle ottocentesche.
Si tratta di una architettura cinquecentesca senza esempi in Regione, che presenta solo una lontana risonanza con la “Chiesa dei Pagani” di Aquileia, del IX / X secolo e con alcune costruzioni religiose di Summaga. In entrambi i casi il motivo dominante sono la serie di nicchie che movimentano le pareti. Potrebbe trattarsi di una semplice coincidenza, oppure, secondo un’altra ipotesi, il costruttore potrebbe aver visto ed essersi ispirato all’opera aquileiese; rimane però il fatto che questo motivo non viene ripetuto in alcuna altra costruzione regionale.

All’interno si possono ammirare le seguenti opere:

  • sopra l’arco trionfale, un affresco di Gian Girolamo Stefanelli, che operò nel Pordenonese nel ‘500, raffigurante l’”Eterno Padre”;
  • nell’arco trionfale, all’altezza dei capitelli, un grande Crocifisso ligneo di buona fattura, risalente alla fine del sec. XVI;
  • sull’altare centrale, la statua della Madonna di Porcia, di forme senesi, risalente alla fine del sec. XV, recentemente restaurata;
  • sugli altari laterali, pregevoli pale, fra cui, di particolare pregio, la Pala dell’Assunta di Andrea Vicentino del 1600;
  • tre altari lignei, di cui due dorati, attribuiti alla bottega dei Ghirlanduzzi di Ceneda, risalenti alla prima metà del sec. XVII, ed il terzo, non dorato, di autore ignoto;
  • sulle pareti sei tele di Isacco Fischer il vecchio, che operò a Porcia negli anni 1673 e 1674.

Campanile

Contemporaneamente alla prima trasformazione, nel secolo XVI, venne costruito il campanile, sul lato sud dell’abside, lesenato sugli angoli e svettante in una cuspide in cotto risolta a “squame di pesce”.

Bibliografia: Chiesa di S. Maria – 1984


Il borgo murato di Porcia
(testo e foto di Mario Zanetti)

A chi si sofferma oggi ad ammirare la grande mole del complesso castellano desideriamo fornire ulteriori notizie circa il castello e la formazione del borgo murato come poteva apparire nel medioevo e come descritto nei cenni storici degli studiosi.
Queste note integrative sono frutto non di ricerche archeologiche o di frequentazioni di archivi o biblioteche pubbliche, ma solo deduzioni, con tutti i limiti che queste impongono, di alcuni abitanti della Città di Porcia, che, amando il proprio paese, scoprono, passeggiando, angoli nascosti, agglomerati sassosi, pietre antiche che tentano di raccontare la loro storia. Senza alcuna pretesa noi le proponiamo come intuizioni e come invito all'approfondimento da parte di chi è più curioso di noi!.
Sin dal periodo del Medio-Evo e nei secoli successivi il paesaggio italiano fu caratterizzato dal sorgere di una miriade di castelli, opere che costituirono, in conseguenza delle condizioni socio-politiche del tempo, struttura militare fortificata di difesa ed in egual misura residenza del signore.
Una realtà che, pur con differenti forme ed obiettivi, mantenne a lungo intatta la sua organizzazione

Tratto di mura visibile dal parcheggio della pizzeria “Al Castello”


fino all’avvento dell’epoca moderna che ne modificò radicalmente l’assetto. La cosiddetta rivoluzione industriale poi comportò modificazioni profonde al paesaggio sicché strade, ponti, agglomerati, alterarono significativamente l’ambiente ed a volte produssero seri danni e modificazioni alla struttura castellana. A questo si aggiunsero nel tempo le devastazioni prodotte da guerre, terremoti ed incendi.
Il castello di Porcia non si sottrasse a questi eventi, ma fortunatamente li superò ed ancor oggi è la residenza sin dall’origine, oltre che la proprietà, dei nobili di Porcia e Brugnera.
La struttura del complesso castellano non era originariamente quella che appare oggi: una nobile residenza di stile rinascimentale. Allora, siamo intorno al XII secolo, l’insediamento primitivo era costituito da una possente torre o mastio posizionata su una altura e circondata da un ambiente naturale ricco di corsi d’acqua.
Nel 1567 il conte Gerolamo di Porcia e Brugnera, Vescovo di Adria, nella sua descrizione della Patria del Friuli dice della torre… “essere antica più di 1600 anni”… omissis”. Attualmente non ci sono elementi certi per avvalorare questa affermazione anche se rinvenimenti archeologici nelle frazioni di Palse e Pieve datano la presenza dell’uomo ben prima del 1178, anno in cui il “Castro Porzcile” viene indicato in un atto notarile.
In ragione delle necessità e degli eventi politici del tempo essa rappresentava, in comune con le opere militari dell’epoca, una struttura di difesa e di controllo del territorio oltre ad essere, come già detto, residenza del signore.
E' bene ricordare che le origini della nobile famiglia dei di Porcia risale a tempi molto antichi.
Probabilmente agli inizi del XII° secolo, epoca dell'insediamento, la grande e severa torre, il mastio, esisteva già. Collocata su una altura e circondata da una difesa naturale: l'abbondanza d'acqua e un fossato, costituivano una solida struttura precipuamente adatta a scopi di controllo e difesa del


Tratto di mura visibile in via Villa Scura



Via Villa Scura

territorio. Addossati alla torre furono in epoche diverse costruiti o ricostruiti gli altri edifici, visibili ai giorni nostri e che in realtà mutarono l'aspetto medievale del castello così come pervenutoci attraverso antiche stampe. Già a cavallo tra il XII e il XIII secolo con l'accrescere della loro potenza, i “di Porcia”, nell'intento di promuovere una nuova strategia territoriale decisero di allargare la cinta muraria, facendo affluirvi all'interno popolazione libera o servile che avrebbe usufruito di particolari agevolazioni sulla proprietà e sulle tasse. Il borgo acquistò così una valenza che non sarà più solo di contrasto per le continue guerre, invasioni, dissidi rissosi con altri signori, ma vitale per l'economia locale, per lo sviluppo demografico e in particolare per la possibilità dei Signori di disporre di manovalanza artigianale e, qualora se ne ravvisassero le necessità, uomini per la difesa delle mura. Pervenuto fino a noi esiste un disegno seicentesco del borgo murato, sopra riprodotto, ma pur non potendo ricostruire idealmente con esattezza la cinta corrispondente ai resti in precedenza citati, tentiamo di proporre questo nostro parere. Sostando dalla intersezione tra via Villa Scura e via Marconi si osserva che a destra della Torre di Sopra detta dell'Orologio, la cinta si stacca e percorre l'attuale spalto, al termine del quale si nota una cortina merlata, ancora ben visibile dalla strada.

Continuando, “la mura” racchiude la Canonica, interessante costruzione del sec. XVI, dove aveva sede il potere giudiziario.
Poi attraversa la parte più orientale dell'attuale parco del palazzo ex Gherardini, e continua avvicinandosi al Castello. Intorno agli anni ’60 è stata in parte demolita per permettere la realizzazione dell’attuale strada provinciale che conduce a Tamai.
La “mura” devia leggermente a destra circondando il Duomo, scende verso l'attuale tettoia del mulino, attraversa il piazzale, dove il percorso è stato evidenziato con una traccia marmorea.
Si innesca poi ai fabbricati del Feudo (rammentiamo che questi costituivano parti delle mura) e prosegue inglobando l'alto vecchio fabbricato con il loggiato, detto “il convento”.
Corre sullo spalto e si congiunge alla Torre di Sopra.
C'è da dire che dopo il Duomo, proprio a lato della strettoia con le odierne cantine dei Conti di Porcia e Brugnera, c'era un muro che scendeva verso l'antico mulino (mulino di sotto) per congiungersi alla struttura del ponte levatoio posto nelle vicinanze dell'attuale ponte moderno. Questa ipotesi è suffragata dal fatto che secondo vari cenni storici dal ponte levatoio o porta di sotto si accedeva direttamente alla corte del Castello. Tutta la cinta era circondata a ovest e a sud dall'acqua e ad est e nord da un fossato (tracce ancora visibili) che al bisogno veniva riempito dall'acqua proveniente da rii. Altre tracce visibili in via Rivierasca possono essere ricondotte a resti di torrette sporgenti dalle mura. Aggiungiamo che a pochi metri dalla Torre di Sopra esisteva un altro ponte levatoio, sopra il fossato, con il battiponte e con un arco sovrastante. Rimaneggiamenti, guerre, terremoti, demolizioni sconsiderate (divenute generose cave di sassi) hanno contribuito ad alterare il primitivo aspetto del borgo.
I sassi sono stati a lungo la materia prima per erigere abitazioni, opere di difesa e così via. Il fornitore naturale del sasso di torrente era l’alveo del torrente Artugna, in quel del territorio di Aviano.

via Rivierasca


Poi con l'avvento dei mattoni, la “piera cota”, si utilizzarono, secondo l'esigenza, ambedue i “prodotti”. Ancor oggi si notano nella costruzione dei vecchi muri sassi intervallati con righe di mattoni. Ma questa è un'altra storia.
Noi non possiamo far altro che insistere con il cortese lettore di questi appunti perché visiti questo paese e, magari, acceda alla biblioteca comunale per consultare le numerose pubblicazioni sulla nostra storia.

Bibliografia

  • Alfio Conte. Porcia , l’architettura
  • In Notiziario nr. 3/87 Comune di Porcia
  • Brugnera Feudo e Comune- Amministrazione Comunale di Brugnera
  • Antonio De’ Pellegrini. Cenni storici sul Castello di Porcia, edizione 1925
  • Antonio De' Pellegrini. Regestario di un archivio purliliese del seicento
 

Via dei pellegrini: 

Un edificio, alcune ipotesi

Siamo a Porcia, in Via De Pellegrini, in un'area che, nel passato, veniva denominata "l'Essiccatoio", in quanto vi era, sembra dal 1938, un essiccatoio per i bozzoli dei bachi da seta.
E’ un edificio, come riporta l’arch. A. Conte in un suo scritto, di "... elegante bellezza, pur nella modesta dimensione, che si esprime nell'equilibrato volume adagiato e disteso nel terreno, tipico delle residenze di campagna di quel periodo".
Nel passato se n’è molto parlato ed è troppo facile prevedere che se ne parlerà ancora: di cosa si tratta? Quale era la sua funzione? Può essere un casello di guardia? Una residenza di campagna? Può essere dell’altro? E, se sì, ... cosa mai può essere? Altro problema è la datazione: se ne è parlato come risalente al secolo XV, XVI e XVII.
Un'altra occasione per fare il punto della situazione può essere il Ventennale del Gemellaggio con la città di Spittal an der Drau che verrà ricordato in queste stanze, ormai restaurate ed agibili.

La casa era, fino a tempi recenti, proprietà dei marchesi Gherardini, una ricca e nobile famiglia, che arrivò a Porcia intorno agli anni ‘30 del Novecento ed andò ad abitare il Palazzo, ora conosciuto come Palazzo Gherardini. Questo era stato costruito, nel XVI-XVII secolo, come residenza estiva del ramo principesco dei conti di Porcia e, fino al 1925, veniva indicato come “Palazzo Pastore”.
Anche la “Casetta”, in origine proprietà di membri della famiglia dei “di Porcia” e da essi costruita, dovette pervenire ai Gherardini dopo una serie di vendite e di lasciti ereditari.
Allo stato attuale delle ricerche non siamo riusciti a ritrovare nessun documento che ci dia qualche lume, ad esclusione delle troppo recenti ed aride note scritte nei “Sommarioni” del Catasto Asburgico e poi Italiano. Ciò è causa dell’incertezza sulla sua destinazione d’uso originaria e favorisce le varie ipotesi che si sono avanzate.
Proviamo, comunque, a farne una lettura cartografica, insieme ad una ricognizione in loco.
Nel Catasto Napoleonico, conservato presso l'Archivio di Stato di Venezia e risalente ai primi anni dell'Ottocento, vediamo che la casa era esistente, aveva un lotto contrassegnato dal n. 128 e le carte recano traccia di altri tre corpi di edifici.
La medesima cosa si evince dal Catasto Asburgico, conservato presso l'Archivio del Comune di Porcia, da cui si desume che il lotto aveva mantenuto lo stesso numero riportato nel Catasto Napoleonico. Questo non ci dice ancora molto.

Più illuminante pare essere una pianta del paese di Porcia (sec. XIX) riprodotta da collezione privata, edita dall'arch. U.Trame e qui riportata per il particolare che ci interessa. Dalla carta si deduce la presenza di un giardino, in un'area a ridosso del Castello di Porcia: si tratta di un rettangolo di terreno che parte dalla vecchia Strada consorziale detta del Castello per arrivare fino alla casetta. 

Immaginando l’esistenza del giardino anche in epoca più antica, si può ipotizzare che la casa, posta in fondo ad esso, fosse una sorta di “casino di caccia” o un padiglione, in cui potevano essere organizzati momenti conviviali o ricreativi per i conti di Porcia e i loro ospiti. 
L'ipotesi può essere avvalorata anche dall'aspetto dell'edificio, oggi ripristinato come in origine, che presenta, al piano terra, delle arcate aperte verso il castello e la campagna purliliese. Le arcate furono successivamente chiuse con materiale da costruzione e oggi sono state rimesse in luce. 
La casa, quindi, è costituita da un piano terra che è, in parte, un loggiato, ideale per pranzi o feste estive quasi all'aperto. Per l'altra metà consiste in due stanze, in una delle quali si trova ancora un camino. 
Nella medesima sala troviamo una trave che poggia su due mensole in pietra su cui sono stati scolpiti due stemmi con i gigli dei “di Porcia”. Ciò avvalora l'ipotesi di una costruzione comitale che voleva essere di un qualche pregio.

Proviamo a procedere nelle ipotesi per parlare dell'età dell'edificio. Intorno al 1610 v eniva costruito, su progetto degli architetti veneziani Tommaso e Francesco Contini, il cosiddetto "Palazzo novo del Vescovo", così chiamato perché la costruzione fu voluta dal Vescovo di Adria Girolamo di Porcia, detto il giovane. Il palazzo novo, costruito su un antico “palazzato” (il termine vagamente dispregiativo indica che non era più ritenuto consono alla “gens” dei “di Porcia”), doveva costituire una nuova abitazione per i conti cui era destinato e, al tempo stesso, simboleggiare la potenza e la ricchezza del casato, come testimonia uno scritto chiaramente auto celebrativo: “Il palazzo di fabbrica moderna novo ha costato passa ducati cinquantamila, che nome (solo) delle pietre vive si caverebbe, battendo giù, ducati quindicimila”. Un impegno notevole anche per una famiglia che era tra le prime della Patria del Friuli. Girolamo morì intorno al 1620 e il palazzo fu terminato dal fratello Alfonso di Porcia. 
Potrebbe essere che, contestualmente alla costruzione del palazzo, sia stato realizzato anche un giardino (forse non proprio quel giardino che si nota nella pianta già descritta), completato dalla costruzione della casetta in questione. 
Secondo questa ipotesi, però, la casa non avrebbe avuto lunga vita così come era nel suo primo impianto. Infatti, già in un periodo immediatamente successivo,                        l’edificio sarebbe stato rimaneggiato e gli archi chiusi. 
Infatti, i restauri hanno evidenziato la presenza di fregi a fresco riferiti al sec. XVII, che sarebbero quindi stati dipinti dopo la ristrutturazione.

Ciò porta ad un ridimensionamento delle nostre già scarse sicurezze: l’edificio potrebbe, quindi, essere del sec. XV-XVI e rimaneggiato nel Seicento con la chiusura degli archi e la realizzazione degli affreschi (oggi rimossi dal luogo di ritrovamento, restaurati e collocati al piano superiore). Per ora non possiamo dire di più. Riteniamo che l’edificio sia stato, in qualche momento della sua lunga vita, un luogo di “ricreazione” per i conti di Porcia, poiché i temi degli affreschi rimandano a tale funzione: vi sono rappresentati momenti musicali, agresti e mitologici. 
Comunque sia, e in attesa di studi più approfonditi, si tratta certamente di uno spazio molto suggestivo e la comunità di Porcia saprà conservarlo e farne un buon uso.

Cenni bibliografici essenziali:

U. TRAME, Porcia. Sistema insediativo e trasformazioni urbane in Notiziario. Comune di Porcia 12 (1986), n. 3 (inserto). 
A. CONTE, Porcia. L'architettura in Notiziario. Comune di Porcia 13 (1987), n. 3 (inserto). 
U. TRAME, Porcia. Sistema insediativo e trasformazioni urbane in Notiziario. Comune di Porcia 13 (1987), n. 3 (inserto).

Su Girolamo di Porcia e sul Palazzo Novo si veda: 
A. FORNIZ, L'abitazione antica e il palazzo nuovo del Vescovo nel castello di Porcia Udine, Arti Grafiche Friulane, 1969. Estratto da: Atti dell'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Udine, s. 7, v. 7 (1966-1969). 
C. ULMER, Ville friulane: storia e civiltà. [di] Christopher Ulmer, fotografie di Gianni D'Affara. Udine, Magnus, 1993, p. 116-119.

Le note sugli affreschi e sulla loro posizione originaria si ricavano dalla relazione del 30 maggio 2006 del Centro Restauro di Portolan Renato in seguito a sopralluogo ed autorizzazione della dott.ssa Elisabetta Francescutti, funzionario di zona della locale Soprintendenza.



 
 

Località di Sant’Antonio - (foto di Giovanni del Ben)

Si trova nella zona a nord di Porcia. Fino agli anni sessanta era scarsamente abitata in quanto, trovandosi a nord della linea delle risorgive, i campi risentivano della scarsità d’acqua e ciò scoraggiava gli insediamenti.
A partire dal decennio 1960/70 la zona è stata interessata da una intensa attività edilizia legata soprattutto al decollo di attività industriali, in particolare la Zanussi elettrodomestici, ora Electrolux, che ha richiamato in questa zona quella manodopera, che vi ha trovato poi la sua sistemazione.
Sant’Antonio, pertanto è la parte di Porcia di più recente formazione ed è anche quella che ha avuto lo sviluppo maggiore in tempi molto ristretti.
Il suo nome deriva probabilmente dalla Edicola di Sant’Antonio da Padova che si trova sulla Statale 13 Pontebbana.


Tempietto di Sant’Antonio (edicola)
(Tratto da un opuscolo della Parrocchia “Sant’Antonio da Padova”)

Il prof. Antonio De Pellegrini, (storico di Porcia - vedi voce “personaggi illustri”) ha pubblicato nel 1925 - Cenni storici sul castello di Porcia - la notizia che trascriviamo:

“1807, 12 dicembre. Si conferì questa municipalità col consiglio, clero, guardia nazionale al sito sopradetto di S.Antonio e rinnovato l’addobbo del Capitello e palazzino Gasperi, sopravvenuta la notte, fornì di torce di cera e l’uno e l’altro e fece provvedere il popolo e quella porzione di guardia nazionale che non aveva fucile, di fiaccole di paglia. Passò il “grande” verso le 10 pomeridiane fra gli evviva del popolo, accompagnato dalle fiaccole suddette e la municipalità gli tributò di nuovo il suo fedelissimo omaggio”.
Il “grande” non era altri che Napoleone Bonaparte, che ritornava dalla visita alla fortezza di Palma (Palmanova). Egli era transitato per il medesimo luogo nell’andata dell’8 dicembre 1807 a mezzogiorno.
Il palazzino dei Gasperi (famiglia nobile di Porcia ora estinta) è quello ancora esistente di proprietà Cordenons. Un ramo di questa famiglia si era trasferito nei secoli scorsi a Ronche di Fontanafredda, dove aveva costruito la villa attualmente di proprietà Zanussi.
Di fronte al palazzino Gasperi esisteva il capitello di S.Antonio e fra queste due costruzioni, passava la via “Maestra Vecchia”, come mostra anche la mappa napoleonica compilata nel 1809. Questa strada aveva un andamento molto tortuoso e probabilmente per questo Napoleone, a cui premevano veloci comunicazioni con la fortezza di Palma, ne decise la rettifica tracciando il rettifilo Fontanafredda-Pordenone, che proseguiva poi per Codroipo e Palma, nastro viario chiamato in seguito “Napoleonica”.
Il nuovo tracciato passò proprio sopra il chiesuolo di S.Antonio, che dovette per questo essere demolito. La popolazione di allora stabilì di ricostruirlo com’era prima e il posto scelto fu quello in asse con il nuovo viale che, dall’angolo del muro della proprietà Vietti raggiunse la nuova via chiamata “nazionale”.
Esso si presenta con elegante e linda semplicità neoclassica in forma di tempio dorico tetrastilo. Le colonne sovrastate dal timpano ricalcano il disegno della vecchia costruzione probabilmente qui un po’ ampliata, della quale è stato utilizzato il campanile a vela, con la bifora posta al colmo dell’abside. Oltre il breve pronao l’aula, con la volta a botte, accoglie un unico altare, dietro ad esso vi è un vano ad uso sacristia.


La STATUA di SANT’ANTONIO – Sull’altare è posta una statua in pietra d’Istria raffigurante il titolare S. Antonio da Padova. E’ opera firmata dallo scultore veneziano Antonio Dal Zotto, eseguita nel 1861 e donata dal conte Antonio di Porcia. Dello scultore si dice che “seppe esprimere il senso del moto nell’immobilità”, giudizio che si addice anche alla statua in oggetto. Il Santo è infatti rappresentato andante e porgente ai fedeli un irrequieto Bambino benedicente. Gli ampi chiaroscuri delle pieghe cadenti del saio, la fisionomia pacata del santo mostrano in questa opera, se pur giovanile, le capacità che l’artista doveva in seguito tanto validamente esprimere.

 

Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio

Interessante la chiesa parrocchiale, anch’essa dedicata a Sant’Antonio, opera dei progettisti G. Gresleri ed S. Varnier, realizzata nel 1970.

 Si tratta di una costruzione moderna, in cui l’architettura e la sua ambientazione invitano ad una partecipazione cosciente e devota e sottolineano la convergenza della comunità verso il santuario, eliminando tutto quanto può creare un’aria scenografica impressionante. L’altare, del medesimo materiale dei banchi della navata, completa con la sua collocazione, la forma convergente dell’assemblea. All’interno del presbiterio si è avuto riguardo di non generare la dispersione delle funzioni proprie di ciascun luogo: l’altare, l’ambone, la sede, il tabernacolo, le credenze, ecc. Si è previsto pure una zona dedicata al battistero, al confessionale e all’ambiente devozionale privato, ad una quota inferiore rispetto al pavimento della navata, vicino alle vetrate, sfruttando la parte inclinata finale della copertura che crea una scala più ridotta. 
Si potrebbe notare come scarsa l’eccessiva importanza data al crocifisso (di maggiori dimensioni in proporzione allo spazio) e la circostanza che la vetrata di fondo, dietro al presbiterio, situa il sacerdote in controluce per lo sguardo dei fedeli. D’altra parte la trasparenza di tutte le vetrate di questa chiesa, raggiante di semplicità e povertà evangelica, avvicina la naturalezza viva dell’esterno e in un certo modo la introduce nell’ambito ecclesiale, creando un’atmosfera di pace, di silenzio, di innocenza che invita alla preghiera. 
 Inutile cercare simbolismi: le travi inclinate della copertura non simboleggiano nulla, dice l’architetto, né il mistero dell’incarnazione, né l’elevazione a Dio, né la tenda del deserto. Si è semplicemente cercata la soluzione che fosse più funzionale, duratura ed economica. Non si può nemmeno dire che nel disegno di questo edificio si prescinde dalla teologia. Al contrario, ispirandosi alla teologia del Popolo di Dio e del culto cristiano, l’architetto ha voluto creare uno spazio per la comunità cristiana che vive a Porcia. Rifiutandosi di definirsi come architettura “templaria”, questa semplice costruzione aiuta a scoprire la “ecclesia” vera e viva.
Prescinde da tutto il simbolismo posticcio, incluso quello del triangolo, ed evita tutte le considerazioni di sacralità che allontanino dallo spazio secolare. Si scartarono tutti i trattamenti plastici di eccezione e tutte le rifiniture. Si rinunciò volutamente a tutto il gusto eccessivo e a tutto quell’impegno di grandezza e ostentazione. 
La morfologia dell’edificio si adatta perfettamente alle costruzioni vicine: le dimensioni sono talmente discrete che la sua presenza si può amorevolmente notare od ignorare.

 

Crocifisso Ligneo (sec. XVI)
(Foto e testo di Anna e Andreina Comoretto – Pasqua 1999)

L’imponente Crocifisso ligneo attualmente conservato nella chiesa, proviene dal deposito dell’antica chiesa di San Giorgio di Porcia, ma non si conosce la sua collocazione originaria. Le sue dimensioni monumentali (il corpo è alto cm. 175), il fatto che sia scolpito e dipinto a tutto tondo, l’inclinazione del capo, il forte sviluppo anatomico in lunghezza, suggeriscono comunque una sua destinazione iniziale come Crocifisso da iconostasi, collocato cioè sulla trave di separazione tra presbiterio e aula in una chiesa di grandi dimensioni. 
La scultura è stata confrontata da Fabio Metz e Paolo Goi con una vasta produzione locale di Crocifissi di grandi dimensioni che vanno dal sec. XV al sec. XVII; tra questi si possono ricordare come esempi importanti quelli della chiesa del Cristo, di San Giorgio e del Duomo di Pordenone, della Parrocchiale di San Martino al Tagliamento e del duomo di Valvasone. Il nostro dichiara nell’accentuato naturalismo una sua possibile appartenenza alla prima metà del sec. XVI. 
Stato di conservazione – Il corpo è ricavato da un unico tronco di tiglio a cui sono state aggiunte le braccia con un sistema di incastri lignei a scomparsa. Prima del restauro la scultura presentava attacchi di insetti perforatori del legno e diverse fenditure corrispondenti all’arcuatura del corpo, soprattutto lungo il perizoma ed il busto. Il Cristo riportava sul retro, tra il perizoma e la coscia sinistra, la perdita di un ampio frammento applicato fin dall’origine a sostituzione di un difetto del legno; altre aggiunte su difetti di origine sono visibili sul costato sinistro. Il colore brunastro visibile prima del restauro era il risultato di maldestre ridipinture e verniciature che si erano alterate nel tempo e che conferivano all’opera un aspetto sordo e piatto senza permettere di apprezzare le finezze dell’intaglio. 
Restauro - Il recupero, eseguito con la costante supervisione della Soprintendenza, è consistito nella preventiva disinfestazione e nel risanamento delle fenditure del legno con la chiusura della lacuna comprendente gamba e perizoma. Dopo aver constatato la presenza di ben tre ridipinture, la pulitura del colore è stata condotta “a strati”, selezionando di volta in volta la miscela di solventi più opportuna. Di particolare impegno si è dimostrata l’asportazione del colore a contatto con lo strato originario, in quanto realizzato a caseina, legante che con l’invecchiamento acquisisce una eccezionale resistenza ai comuni solventi, per rimuovere il quale è stato necessario l’aiuto di un microscopio. Si è quindi proceduto con l’intervento estetico consistito nella stuccatura delle lacune e nell’integrazione pittorica finalizzata a restituire omogeneità all’immagine. Con queste operazioni sono emersi dettagli prima mortificati dalle ridipinture, come il rilievo delle vene sulle gambe, ottenuto con l’inserimento di filamenti di corda, il sangue meno scomposto anche se ingenuo nella “mappatura”, i denti seminascosti dalla bocca socchiusa e le lacrime appena accennate. Il restauro ha riportato alla luce un Crocifisso di eccezionale qualità artistica la cui bellezza sta nel contrasto tra la freddezza dei colori di un corpo già morto e la drammatica naturalezza di un volto che esprime non solo la sofferenza, ma anche la vita che di lì a poco avverrà.

 

La Pieve di San Virgilio – Loc. Pieve

E’ situata in località Pieve, che da essa prende il nome ed è la chiesa più antica di Porcia, databile all’epoca romana. Sorge in prossimità del torrente Val Bruna ed è stata edificata all’interno di una cortina muraria in posizione elevata rispetto al terreno circostante, con una situazione catastale che denuncia un’antica pre-esistenza di tipo castellare. Nell’ impostazione del sito è stata notata una similitudine con i tabor, insediamenti ecclesiastico-fortificati delle terre slave e carinziane.
La Pieve entra nella storia ufficiale attraverso la menzione nella bolla di papa Urbano III del 1187, in cui compare l’elenco delle trentanove chiese matrici della nostra diocesi, tra cui la Plebem de Pausis. Con il XV secolo i pievani trasferirono la loro sede alla chiesa di San Martino lasciando l’antica matrice in uno stato di degrado ed abbandono.
Le attuali strutture perpetuano sostanzialmente in pianta ed in alzato l’aspetto che la chiesa assunse dopo i radicali rimaneggiamenti avvenuti nel XVII secolo, epoca in cui venne costruita l’abside trapezoidale e rimaneggiata la facciata con coronamento di creste e piccole piramidi e l’inserimento del portale rettangolare con mostra, cimasa e timpano in pietra, sormontata da finestra semicircolare.
Il campanile, staccato di fronte alla facciata, è tozzo con cella a monofora e tetto a capanna alleggerito con un doppio ordine di lesene e archetti.
La chiesa è ad aula rettangolare con il presbiterio sopraelevato di tre gradini rispetto al pavimento dell’aula e separato da questa per la presenza di due balaustre marmoree e di un ampio arco a tutto sesto seicentesco. Sulla parete sinistra si trova un battistero in nicchia sporgente verso l’esterno.
All’interno, lungo le pareti laterali, si conservano alcuni lacerti di un ciclo di affreschi che probabilmente un tempo occupava le intere pareti e il cui frammento più leggibile è un’Ultima Cena, che si può annoverare tra le più antiche figurazioni del genere nella pittura a fresco friulana databile XII-XIII secolo. Tra le sculture ricordiamo l’acquasantiera in pietra, opera di Alessandro Ravanello, datata 1643, il Crocifisso ligneo posto sopra la trave dell’arco trionfale, databile al tardo ‘600 e il seicentesco altare ligneo intagliato dedicato a S. Eurosia e collocato lungo la parete meridionale della chiesa, recentemente restituito al suo antico splendore.
La chiesa è attorniata da un antico cimitero ancora oggi adibito a tale funzione.

 

Torre detta “ La Colombera” – Porcia

A sinistra del castello troviamo un parco naturale, chiuso al pubblico, che circonda una torre detta “La Colombera”: si tratta di un semplice edificio a pianta quadrata, risalente al XV secolo, di tre piani, in sasso nella parte inferiore e in cotto nella parte superiore, costruito per l’allevamento degli uccelli, come dice il nome stesso.
Appena sotto il tetto vi sono due file di fori (144 in tutto) praticati sul muro, che servivano da nido per i passeri, i quali costituivano anch’essi fonte di cibo.
A mezzo metro di altezza, sopra il pavimento del primo piano, si trova la prima fila di colombaie. Le file sono tre in ogni lato per un totale di 88 posti di nidificazione. 

 

Chiesetta di S. Agnese – Loc. Roraipiccolo

In località Rorai Piccolo, in posizione decentrata rispetto all’insediamento urbano, sorge la chiesetta di S.Agnese.
La costruzione dell’antica cappella campestre pare risalire al XIII secolo, forse su un sito di epoca romana, come testimoniano i reperti ritrovati nella zona, alcuni dei quali esposti all’interno dell’edificio sacro. Della costruzione più antica rimangono la facciata, la parete settentrionale, l’arco trionfale e l’abside. Recentissimi restauri l’hanno riportata all’antica struttura con la ricostruzione dietro pianta originaria di un porticato prospiciente la facciata.
La chiesetta si presenta a navata rettangolare con tetto a capanna e capriate a vista; presbiterio a base trapezoidale con volta a botte; porta principale rettangolare senza inquadratura con architrave in legno; campanile a torre incorporato alla facciata, quattro monofore a tutto sesto detto a padiglione.

Al suo interno si trovano affreschi databili a partire dal secolo XIII fino al secolo XVI. Notevole la raffigurazione dell’Eterno Padre in gloria con la Madonna e il Bambino in trono tra le sante Agnese e Caterina d’Alessandria che viene attribuita a Pomponio Amalteo (1509).
Altro affresco del sec. XVI rappresenta la Madonna con Bambino fra i santi Rocco e Sebastiano e la figura di un devoto (1529). Durante i lavori di restauro dell’altare maggiore eseguiti nel 1950, fu scoperta una croce “Enkolpion” in bronzo dorato di fattura bizantina e riferibile alla fine del sec. XII. La croce a due valve era custodita all’interno della mensa dell’altare e racchiudeva alcuni lembi di stoffa, veniva appesa al collo e usata come reliquiario. Attualmente si può ammirarne la copia nella bacheca all’interno della chiesa.

 

Talponedo e la chiesa di San Michele Arcangelo

Il paese di Talponedo deriva il suo nome dalle piante di pioppo (in dialetto talpon) che in passato caratterizzavano quest’area di risorgiva. La zona era essenzialmente agricola e solo recentemente è stata diffusamente edificata.
In questa località sorge la chiesetta di San Michele Arcangelo, che con il prato antistante ed il corso d’acqua che la fiancheggia, ha conservato, in parte, il ricordo di come dovevano essere nel passato gli ambiti di risorgiva. La chiesa si presenta oggi come una costruzione settecentesca con annesso un piccolo campanile con la cuspide a bulbo. La decorazione sull’entrata reca lo stemma dei conti di Porcia, in quanto questo edificio originariamente era un priorato affidato a membri celibi della nobile famiglia.
Il primo documento che riguarda il priorato risale al 1225, periodo in cui era annesso un ospedale, che serviva come luogo di sosta per pellegrini e viandanti.

La chiesetta infatti sorse agli albori del 1200 in prossimità di una delle grandi rotte seguite dai pellegrini che dalla Francia e soprattutto dalla Spagna si recavano verso la Terra Santa. Per merito dell’Ordine dei Templari, molto diffusi in questa parte del Friuli, di cui probabilmente faceva parte un componente della famiglia dei Conti, venne eretto un ricovero, divenuto successivamente un ospedale.