SPITTAL AN DER DRAU : LA STORIA


SpittalSPITTAL VISTA DAL MONTE GOLDECH


La città di Spittal è situata vicino alla confluenza della Drava con il Lieser. Reperti storici del 1191 ricordano per la prima volta lo “Spittl”, che era un ospizio che ospitava pellegrini e viaggiatori. L’importanza della sua posizione era legata al fatto che si trovava al bivio di importanti strade, che portavano dal Meridione verso l’Europa centrale; la linea est-ovest che da Villaco passava per Spittal e si dirigeva verso Lienz e l’altra ben più importante proveniente da Venezia e che attraverso Villaco, Spittal ed Katschberg, raggiungeva Salisburgo e continuava più avanti verso la Germania. 
Nel nono secolo fu istituita la contea di Lurn, alla quale sottostavano il territorio di Lurn e ampie distese della Carinzia superiore. Il centro era costituito dalla regia 
corte di Lurn che si trovava nei dintorni di Spittal. La stirpe degli Ortenburg, che risiedevano a sud di Spittale nella omonima Ortenburg, è ricordata per la prima volta nei documenti storici del 1903. Ed intorno all’ospizio fondato da Ottone II e dal conte Ermanno, suo fratello, andò formandosi una comunità in conformità delle vicende svoltesi, fiorent e di artigiani e mercanti, mentre Federico III le conferiva il diritto e il privilegio di un mercato. Dopo l’estinzione dei conti di Ortenburg il regno passò nelle mani dei conti Cilli; dopo la morte di Ulrico, l’ultimo della stirpe di Cilli, la contea fu assunta dagli Asburgo, che esercitarono direttamente la signoria della Carinzia superiore fino al 1524. In quell’anno il nobile spagnolo, Gabriela Salamanca, ministro delle finanze dell’allora regnante Asburgo, ottenne la contea di Ortenburg e diede inizio alla costruzione dell’importante castello rinascimentale, che oggi porta il nome di Porcìa. Castello di Porcia a Spittal an der Drau - facciata.   


Spittal Castello Porcia

La sua costruzione fu eseguita in prima linea da muratori e maestri edili provenienti probabilmente dal lago di Como. Il castello fu completato all’inizio del 1600. Successivamente la sua proprietà passò, verso il 1640 alla famiglia di origine veneziana dei Widmann e dal 1662 il ramo principesco dei Porcìa del Friuli, che esercitava un’influenza preminente e particolarmente significativa nelal parte occidentale della vicina regione Friuli Venezia Giulia. Il castello fu dai nuovi proprietari abbellito, munito di ricche opere di stucco e trasformato in un importante centro di belle arti. Nel 1918, quando il principe Aladar di Porcia vendette il castello al barone Klinger di Klingerstoff, ebbe fine la grande signoria, presente per oltre 300 anni in estesi territori della Carinzia superiore. Nel 1930 Spittal è stata elevata al rango di città e oggi conta 15.000 abitanti.  


Il Museo etnografico nell’allegro castello di Porcia

Il museo è stato fondato nel 1958 dal professor Helmut Prasch, sotto la denominazione di museo di arte contadina del circondario di Spittal sulla Drava. La raccolta è stata ampliata e completata con un impegno quasi incredibile per i nostri tempi ed ha subito una trasformazione resasi necessaria ad opera del dr. Hartmut Prasch, dal 1987 direttore del museo, figlio del fondatore, con l’aiuto di volontari e la generosità di giovani idealisti, che gli ha dato la nuova denominazione di museo etnografico. Su una superficie di esposizione di 7500 metri quadrati, sono rappresentati tutti i settori della vita in modo chiaro in 54 reparti, con particolare riferimento alla Carinziasuperiore: sotto il tetto aperto sono esposti macchinari in legno del periodo preindustriale, utensili e strumenti, mezzi di trasporto e oggetti d’arredamento della vita quotidiana, mentre nel secondo piano si parte dallo sviluppo della tecnica attraverso le superstizioni popolari, la storia della scuola, e poi l’attività mineraria, l’arte dei bottari, l’isola culturale germanica Gottschee, l’alpinismo e lo sport invernale per giungere alla sala dei Principi di Porcìa. Nel castello Porcìa non c’è soltanto posto per il museo, ma esso fa anche da palcoscenico per particolari manifestazioni culturali. Ogni anno, e ciò da parecchio tempo, il secondo fine settimana del mese di luglio organizzata la rassegna internazionale di canto corale e poco dopo, nel magnifico cortile si sentono le “allegre risate del castello”. Le rappresentazioni di commedie che sono organizzate sin dal 1963 sono fra gli avvenimenti culturali eminenti della nostra regione durante l’estate. Se si considera che nelle belle sale del primo piano, e molto spesso anche nel cortile, si organizzano balli, mostre e manifestazioni di beneficenza ch suscitano gioia e piacere, si può capire che, tutto sommato, il castello non è soltanto il centro culturale del capoluogo della provincia, ma soprattutto un luogo dedicato all’allegria e alle feste.

     
Interno del Castello Porcia

 Testi a cura di Gert Thalhammer

(dr. Gert Thalhammer, nato ad Almunster sul Traunsee, vive da oltre trent’anni nella Carinzia superiore, dove è docente presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Spittal an der Drau. Da anni ricercatore e studioso della cultura e della storia carinziana, da oltre un decennio è presidente della associazione “Dante Alighieri” di Spittal, attraverso la quale persegue con sensibilità e dedizione l’approfondimento delle amichevoli relazioni fra la Carinzia e le vicine regioni italiane del Triveneto) 




FESTA DI SALAMANCA


a che cosa significa questo nome?
Come in ogni antico castello che si rispetti, anche in quello di Spittal an der Drau, noto oggi come Castello Porcia, c’è una figura femminile piena di mistero: la Contessa Catarina di Salamanca, moglie di Georg di Ortenburg-Salamanca,. Secondo alcuni era della famiglia dei Khevenhüller, secondo altri una Schrottenbach, altri ancora ritengono di provenienza spagnola. 
Mentre il conte Georg di Ortenburg era di animo generoso e aperto, la contessa è passata alla storia leggendaria come donna cattiva, avida e avara. Un giorno essa, esasperata dai mendicanti affamati che chiedevano di poter avere almeno le briciole del lauto banchetto di festa, ordinò ai servitori di liberare i cani dando il via ad una caccia all’uomo. Mesner, il mendicante più anziano, non riuscì a sfuggire alla furia dei cani, ma con l’ultimo filo di voce urlò verso la contessa: “Maledetta! Tre volte maledetta! Come ora io muoio, così morirà il tuo unico amato figlio, Hans.” Tali parole spaventarono la contessa che da quel giorno non perse di vista il figlio fino a quando, ormai grande, dovette concedergli di andare a Villach. Hans partì quindi con un paio di servitori, i migliori suoi cavalli e due forti alani. Per strada gli si avvicinò un cavaliere chiedendogli informazioni su Spittal, sua città d’origine, da cui mancava da parecchio tempo, e su Mesner, suo padre. Il giovane Hans rispose che il vecchio Mesner era morto da tempo, quando egli era ancora un bambino, e che ora riposava presso Maria im Dornach.
Il cavaliere volle quindi regalare ad Hans i suoi due cani bracco, molto più validi degli alani. Il giovane conte, felice del regalo, s’inchinò ad accarezzare i due cani, facendo così ingelosire gli alani, che si avventarono sui rivali. Hans cercò inutilmente di separare i cani inferociti: essi gli si rivolsero contro e per lui non ci fu più scampo. Nello stesso tempo la contessa Catarina aveva la terribile visione dell’accaduto. Da quel giorno essa divenne ancora più arcigna, insopportabile e avida: solo la sua cameriera poteva starle accanto. A chi poteva ormai lasciare tutti i suoi tesori? 

Nessuno ne era degno. Decise così di nasconderli entro le mura del castello. La fedele cameriera suggerì di chiamare un vecchio muratore sordo muto, che mai avrebbe potuto rendere noto il nascondiglio. Dietro grande ricompensa il muratore eseguì il lavoro, ma la nobildonna, non fidandosi di lui, aiutata dalla cameriera, lo uccise. Anche la giovane serva però conosceva il nascondiglio, avrebbe quindi potuto impossessarsi del tesoro di Salamanca. Che fare? Con le più cattive intenzioni la Contessa Catarina ordinò alla giovane di accompagnarla nelle cantine del castello. La ragazza, portando una lanterna, precedeva la sua signora. Improvvisamente questa colpì violentemente al capo la domestica con una pesante pantofola d’argento. Ora non ci sarebbero stati più testimoni. Con le sue stesse mani Catarina di Salamanca trascinò il corpo della domestica fino al luogo dove era nascosto il tesoro e immurò anche la povera ragazza. Da quella notte nessuno, tranne una domestica muta, vide più la contessa Catarina, mai più essa lasciò le sue stanze, fino a quando i servi della casa non la trovarono morta nel suo letto. Mentre però il suo corpo lasciava questa vita terrena, non altrettanto fu per il suo tormentato spirito: ancora oggi esso vaga per corridoi, scaloni e sale del castello.

Così vuole la leggenda, così vogliono gli uomini che s’interrogano sui segreti dello splendido castello. La verità è però ben altra: la contessa Katharina di Salamanca fu una donna di animo buono e gentile, riservata, mai malvagia. La nostra povera contessa di Salamanca sembra essere il capro espiatorio dei difficili anni attorno al 1600. Si ritiene anche di vedere nella leggenda la durezza di Gabriel di Salamanca e la mano dura dell’arciduca Ferdinando nel periodo della controriforma.