Cronaca

L’Impero francese contava, alla fine del 1808, ben 122 dipartimenti, compresi i territori d’oltremare. Napoleone era all’apice della sua potenza. La Francia aveva annesso direttamente al proprio territorio il Piemonte, la Repubblica Ligure, il Ducato di Parma e Piacenza, la Toscana ed il Lazio e, verso Nord, il Belgio ed i territori sul Mare del Nord compresi tra gli estuari del Reno e dell’Elba.
Vi erano poi in Europa una serie di stati vassalli dell’Impero napoleonico, come l’Olanda, governata dal fratello dell’Imperatore, Luigi Bonaparte; il Regno di Napoli, che era stato retto fino al luglio del 1808 da Giuseppe Bonaparte ed il cui re era ora Gioacchino Murat, marito di Carolina Bonaparte; il Regno di Westfalia, nato nel 1807 e governato da Gerolamo Bonaparte ed infine il Granducato di Berg, assegnato sino al 1808 allo stesso Murat.
Altri Stati risultavano formalmente indipendenti, ma erano di fatto strettamente legati alla Francia: il Regno d’Italia, nato nel 1805 di cui era re lo stesso Napoleone, anche se reale amministratore dello stato risultava il Viceré Eugenio de Beauharnais, figliastro dell’Imperatore; la Confederazione Elvetica, alleata della Francia sin dal 1803; la Confederazione del Reno, che raggruppava praticamente tutti gli stati germanici ad eccezione della Prussia e dell’Austria, e tra i quali spiccavano i Regni di Baviera, Sassonia e Wurttemberg; e per finire, il Granducato di Varsavia, creato nel 1807 dallo stesso Bonaparte.
Diverso il rapporto con le altre grandi potenze europee. La Prussia di Federico Guglielmo III, fortemente ridimensionata nelle sue ambizioni dopo le sconfitte del 1806 e la pace di Tilsit del 1807, pagava ancora il prezzo di quella sconfitta e si era impegnata in una alleanza difensiva con la Francia, in funzione anti-inglese. La Russia dello zar Alessandro I, sia pure su base più paritaria, era anch’essa dopo Tilsit, un alleato sostanziale dell’Imperatore. Il Portogallo, dove i Francesi erano entrati nel 1807, era stato appena strappato loro dalle truppe inglesi, mentre in Spagna le migliori truppe di Napoleone, pur logorate in una guerriglia senza sbocchi dalle forze anglo-spagnole guidate anche dal duca di Wellington, erano riuscite a riportare sul trono di Madrid, il re Giuseppe Bonaparte. Anche la Danimarca era passata dalla parte dei francesi ed in Svezia andava prendendo forza il partito filobonapartista.
L’Impero d’Austria, dal canto suo, pur costretto ad una formale amicizia con la Francia, dopo la pace di Presburgo del 1805, covava forti rancori, che presero corpo tra il 1807 ed il 1808, con il risveglio di un forte sentimento patriottico ed antifrancese che vide, tra i propri sostenitori, anche l’Arciduca Giovanni e l’Arciduca Carlo, fratelli dell’Imperatore Francesco I.
L’Inghilterra rimaneva quindi l’unico vero grande avversario dichiarato di Napoleone. Dopo aver sostenuto la resistenza portoghese e soprattutto spagnola nei confronti dei francesi, all’inizio del 1809 essa, pur soffrendo notevolmente le conseguenze del blocco navale ed economico di cui era oggetto, promise a Vienna finanziamenti ed ampi appoggi in caso di conflitto con la Francia.
Napoleone, quindi, nei primi mesi del 1809, pur comprendendo che i rapporti con gli Asburgo si andavano deteriorando, non potè parare subito la prevedibile offensiva austriaca, poiché la Grande Armata era impegnata sul fronte spagnolo ed in altri teatri operativi. Riuscì tuttavia a concentrare verso la Germania circa 200.000 uomini ed un contingente di riservisti e fu in questa situazione precaria che si giunse ai primi giorni d’aprile di quell’anno.

Fronte italiano

L’attacco austriaco dell’aprile 1809 anticipò di almeno una settimana le previsioni dello stesso Imperatore. Gli Austriaci avevano scelto un buon momento per dare inizio alle operazioni. L’Arciduca Carlo d’Asburgo, comandante in capo dell’esercito, aveva previsto un attacco su più direttrici. Il grosso dell’armata, guidato dallo stesso Carlo, avrebbe attaccato tra Boemia e basso corso del Danubio in Baviera; l’armata dell’Arciduca Ferdinando avrebbe invece attaccato in direzione della Polonia, mentre le forze dell’Arciduca Giovanni sarebbero penetrate in Friuli per impegnare il Viceré Eugenio in Italia.
Giovanni aveva suddiviso le sue forze in diverse colonne, in modo da poter varcare il confine in più punti per sorprendere e disorientare l’avversario. Alle 05.00 del 10 aprile gli Austriaci consegnarono agli avamposti francesi di Pontebba l’ultimatum che preannunciava l’inizio delle ostilità. Dopo circa un’ora le truppe dell’Arciduca si mossero: la colonna comandata dal feldmaresciallo Chasteler, forte di circa 10.000 uomini, puntò attraverso la val Pusteria verso il Tirolo, che infatti insorse poco dopo contro i presidi franco-bavaresi; la colonna di formazione del tenente colonnello Volkmann si divise in due tronconi che puntarono l’uno verso Paluzza e Tolmezzo e l’altro verso Resiutta; il grosso delle forze agli ordini diretti di Giovanni varcò il confine a Caporetto e, attraverso la valle del Natisone, giunse a Cividale già la sera del 10; la brigata del maggiore generale Gavassini passò invece l’Isonzo a S. Pietro e giunse a Visco verso le 12.00; infine il Corpo croato del feldmaresciallo Ignaz Gyulai (Bano, cioé Viceré, di Croazia) passò tra Gorizia e Gradisca, si diresse verso Romans e Visco e aggirò Palmanova, dirigendosi verso Codroipo.
Eugenio fu sorpreso dall’avanzata austriaca e quindi le sue truppe risultarono, il mattino del 10, disperse sul territorio di un po' tutto il Regno. Sulla frontiera minacciata erano la Divisione del generale Sèras, tra Udine, Palmanova e l’Isonzo, e quella del generale Broussier, che copriva il fronte settentrionale tra il Fella e l’alto corso del Tagliamento. Più arretrate erano la divisione del generale Grenier, intorno a Sacile, quella del generale Barbou, verso Treviso, le truppe italiane della divisione Severoli, a Bassano, la divisione Lamarque a Verona, e quelle dei generali Pully e Grouchy nella zona del basso corso dell’Adige. La porta verso il Tirolo era invece difesa dalla divisione del generale Fontanelli.
Immediatamente Broussier e Sèras iniziarono una manovra di ripiegamento, dirigendosi verso il Tagliamento e coprendosi a vicenda per evitare di essere aggirati dalla manovra avvolgente austriaca, mentre Eugenio ordinava alle altre formazioni di muovere verso il Friuli a marce forzate per riunire il suo esercito.
A Nord Volkmann si era portato alla confluenza del Fella nel Tagliamento, mentre le truppe di Broussier retrocedevano combattendo verso Venzone. Un duro combattimento si svolse ai Rivoli Bianchi e solo a sera inoltrata i francesi continuarono il loro ripiegamento verso Ospedaletto, dove giunsero intorno alle 21.00. Frattanto la colonna dell’Arciduca giungeva, nella stessa mattinata dell’11 ad Udine e si dirigeva verso il Tagliamento, mentre gli uomini del generale Sèras, raggiunto il Tagliamento verso le 14.00, attraversarono il fiume solo a notte inoltrata. Delle altre due colonne austriache la brigata Gavassini iniziò il blocco delle forze francesi rinchiuse nella fortezza di Palmanova, tranne il reggimento Riesky, che raggiunse il Corpo del Bano Gyulai a Codroipo, quando questo vi giunse nella tarda serata dell’11 aprile.
L’Arciduca Giovanni con la colonna principale si approssimò al Tagliamento il giorno 12, dove si riunì alle truppe di Gyulai, giunto nella notte nei pressi di Codroipo ed a quelle di Volkmann, provenienti da Nord, dove erano state trattenute dalla divisione Broussier che, nella mattinata di quello stesso giorno, aveva guadato il fiume all’altezza di Dignano e, distribuitasi tra Spilimbergo e Gradisca, si era riunito alle truppe della divisione Sèras all’altezza di Valvasone, dove si trovava il Viceré e dove era sopraggiunta anche la divisione Grenier, che lanciò alcune puntate oltre Codroipo.
Tra il 12 ed il 13 gli Austriaci presero tempo per recuperare le marce forzate dei giorni precedenti e si apprestarono a guadare il fiume che, nonostante le continue piogge, era traversabile in molti punti. Quindi la loro avanguardia, agli ordini del feldmaresciallo Frimont, si spinse a Codroipo, sgombrata da Grenier, che ritornò sulla sponda destra del fiume distruggendo alle sue spalle parte del ponte della Delizia. Eugenio, concessa una sosta ai suoi uomini, si trovava ora a disporre anche della divisione Barbou attorno a Pordenone e della Severoli, in cammino tra Conegliano e Sacile, mentre la divisione Pully si era avviata da Mestre verso il Tagliamento e Lamarque ed i suoi uomini erano appena usciti da Verona.
Nella notte tra il 13 e il 14, Eugenio iniziò il ripiegamento delle sue truppe verso la Livenza, arrivando a disporre, nella serata successiva, la divisione Severoli tra Ghirano, Portobuffolé e Motta di Livenza, la divisione Sèras a Brugnera, la Grenier poco avanti a Sacile con un reggimento a Fontanafredda, la Barbou presso Fratta di Caneva ed infine la divisione Broussier nei dintorni di Polcenigo, tra il Gorgazzo e la Santissima. A completamento di questo schieramento il Viceré volle lasciare a Pordenone una forte retroguardia, formata da tre battaglioni del 35° Reggimento di linea (divisione Sèras), da alcuni squadroni dell’8° Cacciatori a cavallo e del 6° Ussari e da quattro pezzi d’artiglieria, agli ordini del generale di brigata Sahuc. Quest’ultimo doveva controllare i movimenti degli Austriaci che, infatti, proprio nella serata del 14 aprile guadarono il Tagliamento e ripresero l’inseguimento dei Francesi.
Quella notte l’Arciduca aveva deciso di lanciare alcune veloci colonne di formazione all’inseguimento dei Francesi, per tallonarli da presso ed anche perché sperava di sorprendere la loro retroguardia in Pordenone. Alcuni squadroni di cavalleria agli ordini di Volkmann furono lanciati su San Quirino, una grossa colonna mista di fanteria, cavalleria ed artiglieria mosse rapidamente invece direttamente su Pordenone con il generale Wetzl. All’alba questi uomini investirono il presidio francese procedendo da più direzioni.
A Pordenone Sahuc, sorpreso dall’attacco in fase di ripiegamento verso il grosso dell’armata, si trovò in difficoltà. Dopo una serie di cariche disperate di Ussari e Cacciatori ed una coraggiosa resistenza dei fanti del colonnello Breissand, il grosso dei Francesi dovette cedere le armi e solo alcuni drappelli di cavalleggeri riuscirono ad uscire dalla trappola, dirigendosi verso Fontanafredda guidati dallo stesso Sahuc.
Un grave scacco per Eugenio e proprio alla vigilia della battaglia decisiva.

Territorio

Nel secolo scorso Ernesto D’Agostini, nella sua opera “Ricordi militari del Friuli (1797-1870)”, così descrive efficacemente il terreno dello scontro.
“Il campo di battaglia del 16 aprile era il poligono di cinque lati formato dalle strade Sacile-Fontanafredda, Fontanafredda-Porcia, Porcia-Palse-Tamai, Tamai-Brugnera, Brugnera-Sacile.
Prendendo le mosse da Pordenone, a sinistra in direzione di Roveredo trovasi campagna coltivata con fitti filari di viti, e sul lembo de’ numerosi fossati divisori abbondano le piantaggioni de’ pioppi e degli ontani che possono benissimo creare l’incertezza sulla quantità e sui movimenti delle truppe in procinto di operare offensivamente verso Sacile; a 3 chilometri e mezzo circa da Pordenone comincia la campagna quasi spoglia e dopo Roveredo in direzione di Vigonovo non si trovano che praterie.
A destra in direzione Pordenone-Porcia il terreno è tutto coltivato a grano, viti e gelsi, e per il più comincia ad accidentarsi e ad esser reso difficile dai corsi d’acqua naturali, e dai fossati artificiali.
Tra Porcia e Fontanafredda e per un chilometro e mezzo circa in direzione di Sacile, si protende la zona coltivata, e le piantaggioni di viti ed alberi, ma meno il pomerio di Sacile, il triangolo Sacile-Fontanafredda-Brugnera, è tutto prateria spoglia.
Lo spazio segnato dalle linee Brugnera-Fontanafredda, Brugnera-Tamai-Palse-Porcia, Porcia-Fontanafredda presenta invece stranezze tali nella conformazione del terreno, che bisogna averle vedute e studiate per farsene idea precisa.
Infatti in una zona che parrebbe perfettamente piana, si trovano valli, alture, corsi d’acqua profondi, che dal Noncello al Livenza arrestano il passo ad ogni momento; ad ogni corso d’acqua corrisponde una valle, ad ogni valle, una serie di alture.
Tra Rorai Grande e Porcia si presentano due di questi corsi d’acqua sorgiva, ed il secondo detto Roja corre parallelamente alla strada di Palse, formando colla lunga corrosione presso S. Ruffina, tra la strada e l’acqua, nel suo cammino tortuoso parecchi poggetti sulla fronte di Porcia.
Oltre Porcia s’incontra il rivo Collicelli il quale per oltre un chilometro superiormente a Palse in direzione Porcia-Palse fluisce in due braccia, quindi forma due vallette; presso Palse i due rami e le due valli si uniscono, il rivo diventa più largo e profondo, le alture assumono importanza maggiore.
Così del pari a nord di Pieve nascono due rivi, Molinat e Cita, i quali riunendosi un chilometro di sotto formano il rio Sentirone, che presso Tamai s’ingrossa con altro rivo, e diventa quasi fiume; quivi pure ad ogni corso d’acqua corrisponde una valle, ed una serie di alture.
Spessi sono i cascinali tra Porcia-Tamai-Palse, e quasi tutti ordinariamente consistono in un solido fabbricato a due piani, cinto di ortaglia e siepe, con la stalla coperta di paglia all’estremità del cortile; nessun caseggiato si incontra sulla linea Brugnera-Sacile, meno i piccoli villaggi sul margine del Livenza; tra Sacile e Fontanafredda non vi è che il gruppo di case di S. Giovanni del Tempio, coi resti dell’antica abbazia.
Partendo da Palse a duecento metri in avanti verso Porcia, nella località detta S. Ruffina a sinistra della strada evvi come un grande argine a scarpa lungo 200 e più metri con un fossato, vera trincea naturale, alta 12 metri e mascherata da pioppi e ontani.
Dietro l’argine vi è la cascina di S. Ruffina, e nel 1809 sul limine della strada vi era la chiesetta di questa santa, ora demolita; a destra della strada, più depressi, sonvi i poggi della valle di Roja.
Allo sbocco di Porcia verso Fontanafredda vi è il capitello di S. Antonino e prima un gran orto un po’ in rialzo cinto da alto muro, che porge quasi la riproduzione di quel parco Maffei fuori Valleggio in direzione di Castelnuovo Veronese, tanto conosciuto nella storia delle campagne sul Mincio.
Oltre le strade provinciali, Pordenone-Cordenons; Pordenone-Roveredo; Roveredo-Porcia; Porcia-Palse-Tamai-Brugnera; Brugnera-Sacile; Brugnera-Caolano-S. Giovanni di Livenza; Sacile-Polcenigo; Sacile-S. Giovanni del Tempio-Fontanafredda; Vigonovo-Sacile; Roveredo-Vigonovo; il terreno è percorso da molte strade di campagna, viottoli, sentieri dove più, dove meno facili, ma che specialmente sulla destra tra Pordenone e Sacile agevolano di molto le comunicazioni.
Sulla sinistra, per l’intelligenza del racconto devesi avvertire che movendo da Pieve di Palse verso Porcia, giunti alla località detta S. Rocco la strada si biforca, il ramo superiore diventa la comunicazione più diretta tra Pieve e Porcia, assume il nome di strada di Pieve e sbocca a Porcia, dopo essersi congiunto a 500 metri circa da questo villaggio alla stradella detta Piancon; il ramo inferiore sotto la denominazione di Via Villa Scura raggiunge a 300 metri di sotto di Porcia, la strada Porcia-Brugnera.
Circa 200 metri al disopra di S. Ruffina trovasi la cascina Fregona, per raggiunger la quale si percorre un viottolo campestre; e lo spazio tra le due località formano un arco di cerchio rientrante verso Palse e Tamai.
Porcia è un villaggio con costruzioni massiccie, parte delle case hanno esternamente portici, ed entrandovi da Pordenone si incontra per primo l’antico castello dei nobili da Porcia; quindi una torre, sotto la quale convien passare per toccare la piazza.
La disposizione delle case rende il villaggio molto più difendibile verso Pordenone e Fontanafredda, di quello che verso Palse; presentandosi da questo lato, la parte nuova di esso più aperta e con fronte più estesa.
Dal 1809 in poi la condizione dei luoghi, si è modificata ben poco, ed anzi se si eccettui l’erezione di qualche casa da contadini in aperta campagna, i maggiori impianti di pioppi ed ontani sul margine de’ rivi e de’ fossati, si può dire che sia rimasta intatta.
Invece variò d’assai la condizione della viabilità poichè alle strade basse, fangose, senza ponti, come si trovavano nel 1809 ed anche fino dieci anni fa; vennero sostituite specialmente tra Sacile-Brugnera-Tamai, Palse-Porcia-Pordenone, eccellenti strade comunali, ed anche le vicinali e le campestri vennero migliorate.
I rivi Roja, Collicelli, Sentirone, sono guadabili fino alla linea Pieve e S. Ruffina, ma inferiormente, la loro profondità è tale, che senza ponte non si passano; ma non essendo molto larghi, almeno fino alla linea di Tamai, col legname che abbonda in quelle campagne si possono in qualche ora erigere ponti abbastanza solidi anche per le artiglierie.
Alla destra di Pordenone tra Cordenons, Roveredo, Vigonovo, Fontanafredda, Sacile, la vastità della prateria permette sviluppo di grandi forze e favorisce in specialità le mosse della cavalleria, mentre alla sinistra la natura del terreno accidentato limita l’orizzonte a brevi distanze, e la poca differenza di elevazione dei poggi fa sì che rari sieno i punti dominanti da cui si possono abbracciare collo sguardo una estensione di qualche entità, e bene spesso la folta alberatura delle campagne toglie anche a quei punti gran parte del loro vantaggio; impertanto l’azione del comando si può esercitare con maggior cognizione dello stato delle cose da chi proceda da Pordenone verso Sacile, di quello che nella direzione inversa, e quindi anche sotto questo punto di vista l’Arciduca Giovanni veniva a trovarsi, in posizione migliore del Vicerè.”
Su questo difficile terreno cadeva ormai da giorni una pioggia insistente, che aveva reso del tutto impraticabili i viottoli di campagna e le stradine sterrate che solcavano la zona. In particolare tra il 14 ed il 15 aprile ed ancora fino a tutta la notte del 15 stesso le precipitazioni avevano assunto l’aspetto di un vero e proprio acquazzone, che aveva finito col gonfiare anche i corsi d’acqua, compresi i piccoli rii che si trovavano nella zona di Porcia e Palse.
Solo con le prime luci del mattino del 16 aprile era comparso un bel sole che aveva illuminato la campagna e che accompagnò la prima fase dei combattimenti, sino almeno al pomeriggio, quando il tempo tornò a guastarsi e portò al vero e proprio straripamento di alcuni corsi d’acqua, come il Cellina ad esempio.

Reenactors

A partire dal 2004 l’intera Europa è stata oggetto di grandi manifestazioni a carattere storico miranti a rievocare il bicentenario dell’epopea napoleonica e delle sue tappe salienti. Gli ultimi appuntamenti in tal senso si sono tenuti ad Austerlitz (Repubblica Ceca), Jena (Germania) ed Eylau (Polonia) ed hanno visto il coinvolgimento di decine di migliaia di persone.
Porcia, con la rievocazione di questo antico fatto d’armi, intende porsi all’interno di questo grande ciclo storico-turistico europeo che ha avuto il suo momento saliente nella celebrazione del bicentenario della battaglia nel 2009.
L’anima di questo tipo di manifestazioni è costituita dai cosiddetti “Re-enactors” o “Reenactors”, letteralmente “Ricostruttori”. Coloro che rivivono la storia e la ricreano nel presente come in un grande set all'aperto, in una rappresentazione scenica che deve seguire fedelmente il copione di ciò che accadde secoli or sono.
“Arruolati” solo su base volontaria, i “Reenactors” sono addestrati alla perfezione, sulla scorta dei manuali militari d'epoca, capaci perfino di confezionarsi da soli le cartucce con la polvere nera e di usare i fucili ad avancarica (perfettamente riprodotti e sparanti) come provetti veterani.
Il loro scopo è quella di mostrare com'era la vita dei soldati di allora: le divise sono una riproduzione perfetta perfino nelle imperfezioni, il cibo e le scomodità, come il giaciglio di paglia, sono quelle del Sette-Ottocento. Anche gli oggetti di uso quotidiano sono solo quelli che i soldati potevano portare con sé.
Nessuna connotazione ideologica nella loro attività, ma solo moltissima passione e una dedizione totale a questa ricerca, che è molto di più di un semplice hobby. Anche l’elemento nazionale è in fondo marginale e spesso si trovano veterani di Napoleone che parlano in tedesco, inglese, italiano o russo. Come in fondo accadeva anche 200 anni fa.
Il medico, l'operaio, l'avvocato, l'artigiano, il commerciante, lo studente che rivive questa esperienza unica nel suo genere, lo fa senza ottenerne alcun vantaggio, né economico né di altra natura. Vi è solo il gusto dello stare insieme ed uno spontaneo cameratismo che portano queste persone (perché numerose sono anche le donne coinvolte in questa passione comune) a vivere esperienze davvero uniche. Normalmente il “grado” ricoperto nei reparti, deriva dalla disponibilità ad assumersi impegni e responsabilità a casa, rubando tempo al lavoro.
Da decenni attivi negli Stati Uniti, dove ad esempio sono stati massicciamente impiegati anche in pellicole come “Glory”, “Gettysburg”, “Balla coi lupi” etc. e dove godono di grande seguito, in Europa sono coordinati da alcune grandi organizzazioni, come la francese "Grande Armée" o l'Ens (Associazione napoleonica europea), che raggruppa reparti dall'Inghilterra alla Russia a sino a Malta. Una sorta di Comunità Europea del “Reenactement”.