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Porcia
nel Cinquecento :
Storia, cultura, tradizioni
“Questo è
castello grosso, benissimo accasato e con acque assai, case
civili e ben abitate: vi sono dottori e nodari assai; vi sono
belli palazzi de conti e due bellissime torri, una delle quali
si dice esser antica di più di 1600 anni”. (Girolamo
di Porcia, Descrizione della Patria del Friuli)
La famiglia dei conti di Porcia
All’inizio
del X secolo la famiglia di Porcia non era ancora considerata
una famiglia nobile autonoma, ma un ramo del casato dei
Prata, attivo fra le rive dei fiumi Noncello, Meduna, Livenza,
nel Cenedese e nel Trevigiano. I primi documenti che ci
danno notizie di questa famiglia aristocratica risalgono
all’inizio del XII secolo, quando alcuni suoi esponenti
consolidano il loro potere lungo le sponde del Livenza.
Attorno all’anno 1200 i domini dei signori di Prata
comprendevano Porcia, Roveredo, Prata, Pasiano, Brugnera,
Fontanafredda, Azzano, Fiume, Gaiarine, Morsano, Torre e
alcuni villaggi tra Concordia e il Tagliamento. Il casato
deteneva numerosi castelli e possedeva mulini, proprietà
terriere, l’amministrazione giudiziaria e militare
(avvocazia) delle diocesi di Concordia e di Ceneda;
aveva instaurato legami con l’abbazia di Sesto, con
il patriarcato di Aquileia e con gli imperatori. I signori
Prata promuovevano lo sviluppo agricolo e demografico delle
loro terre, concedendo ai contadini di organizzare nuovi
villaggi.
Con la morte di Guecelletto di Prata, avvenuta intorno al
1200, la famiglia si divise in due rami: Gabriele continuò
il nome dei Prata, mentre Federico, che si chiamò
di Porcia, ebbe i possedimenti più settentrionali,
compresa l’avvocazia di Ceneda (Vittorio Veneto).
Poi,
a loro volta, i Porcia si distinsero nei colonnelli di sopra
e di sotto, gravitanti attorno al castello di Porcia e a
quello di Brugnera, conseguendo nel XIV secolo il titolo
di conti. Con il 1420 e la caduta del patriarcato di Aquileia,
i conti di Porcia riconobbero l’autorità di
Venezia, vedendosi confermare tutti i loro possedimenti
e diritti. Per quanto riguarda l’origine dello
stemma dei conti si sa ben poco. L’unica
testimonianza che abbiamo deriva probabilmente da una leggenda.
Infatti si narra che un antenato dei signori Porcia, recatosi
in Francia, abbia ricevuto dalla casa reale di quel Paese
il privilegio di fregiarsi nel proprio stemma dei gigli
d’oro su campo azzurro. La leggenda fu tramandata
e raccontata da pre Antonio da Porcia, che sicuramente prese
spunto da quanto narrato dal conte Jacopo di Porcia in una
sua lettera del 1490: tale spiegazione non ha però
fondamento.
Uomini di cultura
Venceslao di Porcia è figlio di Antonio e di Nigra
degli Obizzi, originaria di Padova. Nel 1514 Girolamo di
Porcia, vescovo di Torcello, rinuncia all’abbazia
di San Martino di Fanna in favore del nipote Vencleslao,
destinato alla carriera ecclesiastica. Cinque anni più
tardi Venceslao è chiamato a garantire la discendenza
della sua famiglia: lascia, quindi, l’abbazia di San
Martino a suo cugino Camillo. Nel 1527 si sposa con la nobile
bresciana Lucrezia Martinengo Cesaresco, dalla quale avrà
cinque figli, tra cui Girolamo, autore della Descrizione
della Patria del Friuli. Nel 1540 Venceslao muore.
Successivamente la vedova Lucrezia ottiene da Venezia l’investitura
del feudo spettante alla sua famiglia. In vita il nobile
purliliese aveva amato la poesia: due componimenti a lui
attribuiti sono conservati oggi a Belluno. Aveva inoltre
fama di filosofo e di grande esperto delle lettere classiche.
Jacopo di Porcia (1462-1538) ricevette un’educazione
consona al suo rango. Seguì gli insegnamenti di Bartolomeo
Uranio e cominciò ad appassionarsi alla letteratura.
A Pordenone fu allievo di Francesco Mottense. Come molti
altri ragazzi nobili si trasferì, quindi, a Venezia
per perfezionare e approfondire la sua cultura letteraria
sotto la guida di Benedetto da Legnago. All’età
di diciannove anni Jacopo era già un giovane molto
ben istruito, ma fu costretto ad interrompere gli studi
a causa della morte di suo padre. Tornò a Porcia
per amministrare i beni di famiglia. Nel periodo trascorso
a Porcia sposò la cugina Cecilia di Porcia, da cui
ebbe un figlio, Federico. Successivamente Jacopo riprese
i suoi studi, invitando spesso al castello di Porcia famosi
uomini di lettere e intellettuali. Nel 1509, quando si formò
la Lega di Cambrai contro Venezia, il conte si offrì
di aiutare la Serenissima in guerra, assumendo la guida
delle truppe presenti nella Destra Tagliamento e ottenendo
molte vittorie. Morì il 30 luglio del 1538 e fu sepolto
nella chiesa di Santa Maria Maddalena. Tra le sue opere
si ricordano trattati sulla caccia e sulla guerra, libri
di storia, una interessante raccolta di lettere, ma soprattutto
un saggio dedicato all’educazione dei giovani, il
“De generosa liberorum educatione”
(1492). Nel trattato si coniugano due linee di pensiero
tipiche della cultura del Cinquecento: la tradizionale concezione
educativa aristocratica e la nuova tendenza umanistica.
Il conte di Porcia si sofferma sulle due strade che poteva
intraprendere un giovane esponente dell’aristocrazia:
la carriera militare e quella ecclesiastica. Per percorrere
una di queste due strade il ragazzo veniva istruito nei
primi anni da un precettore privato; successivamente andava
alla scuola pubblica. Il giovane rampollo doveva imparare
il latino, ed eventualmente il greco, considerate lingue
dotte. Il volgare era, invece, riservato al popolo e alle
ragazze. Molto importante era anche l’esercizio fisico
per irrobustire il corpo e imparare a usare le armi, secondo
il famoso detto latino “mens sana in corpore sano”.
Educazione e istruzione
I
conti di Porcia eressero sin dalla fine del Medioevo un
beneficio, collegato alla cappella di Santa Maria, con l’obbligo
per il sacerdote investito di aiutare i due vicari di San
Giorgio e d’istruire “nei buoni costumi e nei
principi di grammatica e belle lettere” i giovani
del luogo. Per interessamento del conte Jacopo, all’inizio
del Cinquecento venne a insegnare a Porcia l’umanista
Bartolomeo Uranio, che in precedenza aveva ricoperto lo
stesso incarico a Verona, Padova, Conegliano, Cividale e
Udine. Alla sua morte, i conti assegnarono il beneficio
di Santa Maria al figlio Marcantonio, sempre con l’incarico
di tenere scuola a Porcia. Le lezioni si tenevano in una
grande stanza al primo piano di una casa appartenente all’antica
confraternita dei Battuti. Nello stesso edificio in alcune
camere attigue risiedeva l’insegnante. Lo stipendio
annuale del maestro-cappellano consisteva in 10 staia di
frumento, 10 di sorgo, 10 di sorgoturco e in 20 congi di
vino. Alla morte di Marcantonio Uranio la scuola purliliese
andò in crisi e nei decenni successivi rischiò
più volte la chiusura a causa della difficoltà
a trovare insegnanti.

La Riforma a Porcia nel Cinquecento
Verso
la metà del Cinquecento le idee della Riforma cominciarono
a diffondersi anche nel Nord Italia. Molti esponenti della
famiglia di Porcia dimostrarono vivo interesse per le nuove
idee di Lutero, senza però mai mettersi in contrasto
con la Chiesa cattolica. Anche alcuni abitanti del borgo
e delle ville circostanti si avvicinarono gradualmente al
pensiero luterano, sotto la guida di sacerdoti dissidenti
come Giacomo Filippo Nigrini, vicario di Porcia (1532-1562),
e Lucio Paolo Rosello, parroco di Maron di Brugnera (1532-1548).
Particolarmente interessante risulta la figura del medico
Orazio Brunetto, che in questo periodo mantiene una fitta
corrispondenza con importanti esponenti della Riforma italiana:
Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, e Renata di
Francia, duchessa di Ferrara. Dagli scritti del Brunetto,
che dopo aver studiato a Padova, si stabilisce definitivamente
a Porcia, emerge l’adesione convinta alle nuove idee
religiose: l’uomo è intrinsecamente cattivo,
viene predestinato alla salvezza o alla dannazione, si salva
per la sola fede in Gesù Cristo e non per i propri
meriti; inoltre il cristiano legge direttamente la Bibbia
e non si basa sulla tradizione ecclesiastica.
Il Rinascimento a Porcia
Nel Cinquecento Porcia, abitato di origine medievale, è
una piccola cittadina, capace però di attirare famosi
artisti dell’epoca: Gianfrancesco da Tolmezzo, Giovanni
Battista da Vicenza, Pietro Gorizio, Antonio Zago, Francesco
da Milano. La famiglia dei conti commissiona, infatti, opere
importanti per abbellire le chiese purliliesi. Non sono
da meno le diverse comunità della zona, che vedono
nel decoro dei loro templi un momento importante di identità.
In questo periodo furono realizzate opere pittoriche per
la confraternita dei Battuti, le chiese di San Giorgio e
Santa Maria Maddalena a Porcia, per quelle di San Martino
di Palse e di Sant’Agnese di Rorai Piccolo, per l’oratorio
intitolato ai santi Rocco e Sebastiano. Particolarmente
interessante, perché frutto del primo Rinascimento,
è la pala di Santa Lucia, opera di Francesco
da Milano (1518 ca). Questo dipinto, conservato presso la
chiesa di San Giorgio, rappresenta Lucia fra i santi Antonio
da Padova e Apollonia. Il paesaggio è tipicamente
veneto. “L’intonazione arcaica, il sapore “cortese”
delle vesti, le preziosità grafiche, la limpidezza
di luce e di atmosfera, sono espressioni tutte di un mondo
di idealità e devozione”- scrive lo storico
dell’arte Paolo Goi in merito a quest’opera.
I conti di Porcia in questo periodo commissionarono anche
molti ritratti di esponenti della loro famiglia per testimoniare
la grandezza del casato. Particolarmente significativo a
questo proposito è il ritratto del conte Antonio
di Porcia, realizzato, tra il 1538 e il 1540, dal più
importante pittore dell’epoca, Tiziano Vecellio. Il
dipinto rappresenta la figura verosimile del conte, sottolineando
con il contrasto tra i colori chiari e i colori scuri la
piena autorità del personaggio. Oggi questo dipinto
si trova presso il Museo dell’Accademia di Brera a
Milano.
Aspetti di vita cortese
L’abbigliamento
Già nel Quattrocento, in Francia e in Italia, l’abito
assume un nuovo ruolo sociale, essendo chiamato a identificare
il potere e la ricchezza di chi lo indossa. Sui vestiti
compaiono merletti, velluti pregiati, calze, berretti, tessuti
broccati, la cui produzione aumenta e migliora con l’avanzamento
economico e tecnologico. Il lusso nell’abbigliamento
diventa un elemento rappresentativo della nobiltà.
Solo nel Seicento questa tendenza allo sfarzo si estenderà
gradualmente anche ad altre categorie sociali, come la borghesia.
La musica
A Porcia la musica è considerata parte integrante
dell’educazione dei fanciulli e delle fanciulle. I
documenti in nostro possesso non permettono, però,
di ricostruire in modo adeguato la diffusione di quest’arte.
E’ comunque accertata la pratica strumentale e vocale
per tutto il Cinquecento. Sono soprattutto i conti di Porcia,
in particolare Jacopo e Venceslao, a manifestare interesse
per la musica. Venceslao amava accompagnare occasioni speciali
con la musica e possedeva un piccolo organo, trasportabile
con una certa facilità. Le fonti parlano anche di
altri strumenti presenti al castello: trombe, tromboni,
cornetti, cornamuse, tamburi, viole da gamba e, forse, flauti
traversi.
La danza
L’origine del ballo moderno si trova nelle corti rinascimentali,
prima in Italia e poi in Francia. In questo periodo, la
danza è considerata una forma d’arte: lo testimoniano
alcuni trattati specialistici e molte partiture musicali.
Gli
intrattenimenti servono per affermare il potere e l’importanza
delle famiglie, soprattutto quando ricevono ospiti. Gli
spettacoli sono organizzati in grandi saloni. La danza nelle
corti cessa di essere improvvisazione e diventa una combinazione
di passi precisi con una tecnica definita: nascono così
le coreografie. Il primo balletto di cui conosciamo la coreografia
e la musica è Il balletto comico della regina,
di area francese.
Enrico III re di Francia regnò sulla Polonia fino
al giugno del 1574; morto il fratello Carlo IX, lasciò
di nascosto il paese per occupare il trono di Francia. Attraversò
il Friuli e fu ospitato anche nel castello di Porcia. “Tre
ore durava il banchetto, e parve lungo ad Enrico, il quale
non vedeva il momento di cominciare la danza, che nella
grande sala era disposta. […] Enrico che era giovane
e volenteroso, dappoi con tutte danzava; e siccome il conte
di Porciglia aveva all’uopo valenti suonatori comandati
a Venezia, varie foggie di usitati e ritondi balli si praticarono,
e tra questi furono ripetuti, il Brando, la Gagliarda
e la Corrente. Si fece il Ballo della catena,
e balli spagnuoli che molto son ora di moda. Terminate codeste
danze, domandò il re di veder le nostrali, e queste
vennero da una apposita brigata suonate. Si cominciò
dalla Furlana poi venne la Schiava, la
Sticca in appresso a quanti balli sono in uso costà
[…] Donne gentili (esclamò il re) voi siete
nate pel ballo, non ho veduta altrove grazia cotanta. Belle
friulane, chi dalla musica e dalla danza è fortemente
commosso, come voi siete, deve avere un sentire squisito,
un’anima ardente: seco voi mi rallegro”. (Oristilla
di Partistagno, Frammento di cronaca friulana)

Il matrimonio di Venceslao di Porcia
Il 3 settembre del 1527 il conte Venceslao parte da Porcia
per raggiungere a Brescia la sua promessa sposa, Lucrezia
Martinengo
Cesaresco, che aveva conosciuto durante una festa di carnevale
l’anno precedente. Nel viaggio è accompagnato
da molti servitori, alcuni congiunti, tra cui il cugino
Antonio, e gli amici più cari, soprattutto quelli
di casa Valvason. A poche miglia da Brescia la comitiva
friulana è accolta calorosamente dai parenti della
sposa e da molti esponenti della nobiltà locale.
La festa che segue le nozze è indimenticabile; gli
sposi sono innamorati, tutti ballano e si divertono. La
gioia del matrimonio è però spenta dalla morte
del conte Cesare, padre della sposa, e dalla malattia dello
stesso Venceslao. Una volta ripresosi dalla malattia, il
conte di Porcia decide di tornare con Lucrezia in Friuli
e per consolarla le organizza nuovi festeggiamenti presso
il castello degli amici Valvason.
“Ed cussì caminando cum gran solazzo ed festa,
de domenega adì 8 septembrio rivorono a Bressia.
[…] Un meia poi lontano da Bressa li vien incontra
el conte Cesare padre della sposa […]. Approximandose
el conte Vincilau volse desmontar da cavallo per salutar
suo missier; presto el conte Cesare corse speronando el
cavallo: ‹‹Non fatte, non fatte, conte figlio
carro, se me amè ed portè amor, che me faresti
inzuria››. E non lo lassò dismontare
[…] Aproximandose alle porte de Bressa, eran sopra
li muri castellani zente assai, ed in ogni loco alto per
veder la fiorita zente delli zintiluomini Furlani che erano
cum tante magnificentie, cussì una parte che l’altra
che mai dirse potria, ed poi supra fenestre, supra pallazzi
in ogni canto. Aproximandose al pallazzo del conte Cesare,
madona la sposa era in su una fenestra ornata, che dir non
lo potria, cum assai donzelle e madame: guardò el
so sposo cum la so barba rossa rubicundo, ed lu guardò
lei cum quel viso adorno ed bocca che par che sempre [ella]
vida; ed de subito lei se tirò in camera ed tutti
desmontono da cavallo, montoreno nel pallazzo, fazando le
debite ricreatione cum tanti triumfi ed solazi ed sonatori,
che dir mai non lo potria, che mai in Bressa non fo sì
gran feste ed solaci ed de grande allegrezza ad aver pigliato
parentato cum Furlani”. (Pre Antonio da Porcia, Memorie)
La visita dell’imperatore Carlo
V a Porcia
L e
informazioni relative al passaggio di Carlo V in Friuli
si possono ricavare dalle numerose cronache del tempo (pre
Antonio da Porcia, Amaseo, Sanudo, Roberto di Spilimbergo).
L’imperatore giunge alla Chiusa il 24 ottobre del
1532. Passa la prima notte a Venzone, poi si trasferisce
a Spilimbergo, ospite di Odoardo di Spilimbergo. Carlo V
ricambia l’ospitalità, nominando alcuni esponenti
del casato conti palatini e cavalieri aurati: tra questi
figurano Luigi, Bernardino e il piccolo Bartolomeo, che
aveva solo sei mesi. Il 28 ottobre parte da Spilimbergo
e, dopo una sosta a San Foca, giunge in serata a Porcia.
L’Amaseo riferisce che i signori di Porcia accolgono
Carlo V come ‹‹el Messias, cum dignissimo apparato
et massima demostratione de affectione cordialissima››.
Il giorno seguente l’imperatore, passando per Sacile,
raggiunge Conegliano. (L’imperatore) “alozò
tre notte in Spilimbergo, fece lì otto cavalieri
quel humanissimo specchio del dominio spiritual e temporal.
Stete in el castel in casa di misier Odoardo. El dì
di san Simon e Iuda 1532 andò a cena a Purziglia
in casa del conte Antonio. El qual imperator cavalcava un
caval bianco turco castrato bello, che era stato del dicto
conte Antonio, da lui donato al marchese del Guasto, capitaneo
general delli Spagnoli in Italia, ed poi da esso marchese
donato allo imperatore inimico della superbia”. (Pre
Antonio da Porcia, Memorie)
|
A cura del professor LUCA GIANNI e
della CLASSE 3° E
della Scuola Media “Giacomo Zanella”
Istituto Comprensivo di Porcia
a.s. 2009-2010 |
Bibliografia
- P. C. BEGOTTI, I signori di Porcia, “Le
Tre Venezie”, 2 (2003), 21-24.
- F. COLUSSI, Musica e musicisti a Porcia e per i Porcia
dal XV al XVII secolo. Spigolature e annotazioni, “Atti
dell’Accademia San Marco”, 10 (2008), 465-514.
- A DEL COL, La riforma a Porcia nel Cinquecento,
“Le Tre Venezie”, 2(2003), 58.
- A. DE PELLEGRINI, Cenni storici sul castello di Porcia,
Porcia 1925.
- L. GIANNI, Memorie di pre Antonio da Porcia, governatore
di Fanna (1508-1532), “Atti dell’Accademia
San Marco”, 10 (2008), 9-168.
- P. GOI, La pittura a Porcia dal Duecento al Novecento,
Porcia 1989.
- A. ROMOR, Porcia passo passo, Porcia 2008.
- A. SCALA, Un eclettico protagonista dell’umanesimo
pordenonese. Il conte Jacopo di Porcia (1462-1538),
“La Loggia”, 7 (2004), 113-123.
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